Esalazioni Etiliche


Friday 27 June 2008


L'appello in difesa dell'identità del vino italiano: fanatismo enoico secondo Focuswine

E' passato ormai un mese da quando è partito l'Appello in difesa del vino italiano (al momento quasi 1000 firmatari) scritto e pubblicato sulla versione online di Porthos, il cui testo è frutto dell'impegno di Marco Arturi e Sandro Sangiorgi. Un appello il cui testo chiarisce in modo inequivocabile quale pensiero ne abbia determinato l'esigenza, e che invito a leggere per esteso tutti coloro che ancora non lo hanno fatto e a firmare se ne condividono gli intenti.
Trattandosi di una rivista a pagamento, vi riporto un estratto dell'articolo di Mancini:

"La vicenda Brunello, con il suo lungo strascico, non solo sta causando danni economici e d'immagine ma ha generato un livore da barricate tra comunicatori ammantando l'intero comparto di un'atmosfera cupa. Nei momenti di difficoltà si dovrebbero innescare solidarietà, coesione, riflessione costruttiva, ma così non è. Ancora una volta si rischia di gettare al vento l'opportunità, sia pure sofferta per come si è determinata, di un ampio confronto tra addetti ai lavori per giungere a un chiarimento onesto che spinga il settore fuori dalle sabbie mobili nelle quali sta sprofondando. Ma i puristi, lancia in resta, tornano all'assalto armati fino ai denti di micidiali autoctoni."
E' evidente che Mancini si riferisce alla questione del disciplinare del Brunello di Montalcino e a quel benedetto 100% di sangiovese previsto. Ma che i "puristi" si siano fissati sul sangiovese per un forte amore per l'autoctono è cosa assai ridicola oltre che riduttiva.
Le motivazioni sono altre e ben più profonde e si inseriscono in un discorso più ampio che coinvolge l'intero comparto vitivinicolo e, ancora di più, il modus operandi e la filosofia del mondo commerciale.
Se Mancini vuole fare finta di non aver capito è suo diritto, ma farebbe bene a concentrarsi sui reali contenuti del pensiero di chi non è d'accordo con questa linea che segue pedissequamente l'andamento di un mercato che non ha alcun interesse verso la qualità e la diversità di ciascun territorio.
Il concetto è molto ben espresso proprio nel testo di presentazione dell'appello:
"I disciplinari di produzione sono stati creati allo scopo di salvaguardare e garantire l'identità e l'integrità dei vini italiani. Negli ultimi quarant'anni, con la complicità e la disattenzione delle autorità di controllo, alcuni dei territori più significativi sono stati trattati come dei contenitori da riempire, occupare o allargare a dismisura. In numerosi luoghi la vite si è trasformata da coltura specializzata a coltivazione dominante, togliendo varietà e respiro al paesaggio. Sì è assistito a un'invasione di vitigni alloctoni con l'obiettivo di "migliorare" le specialità italiane e realizzare prodotti più facili da consumare, senza badare allo svuotamento di contenuti a cui molti vini sarebbero andati incontro. L'establishment continua a modificare i disciplinari senza alcuna progettualità, ma fotografando di volta in volta il cambiamento proposto dal marketing. Tutto ciò in nome di un riscontro economico immediato e seguendo i capricci del mercato. Un grave errore dal punto di vista etico ma anche sotto il profilo economico: la standardizzazione dei nostri vini ha come diretta conseguenza, nel medio-lungo periodo, un calo delle vendite e dell'attrattiva turistica esercitata dalle zone di produzione."

E' proprio questo il punto focale. Ogni giorno si scopre che in una zona a denominazione, qualcuno non ha rispettato le regole del disciplinare, disciplinare che è stato creato dai produttori stessi. Come dire: "Vi dimostriamo che siamo seri stabilendo delle regole da rispettare", per poi scoprire che da un numero variabile di aziende questi stessi disciplinari non vengono rispettati. Allora qual è la proposta dei "non puristi", di quelli che, come Mancini stesso propone, sono per il "parliamone"? Visto che molti non rispettano i disciplinari, visto che per il consumatore quello che conta è che il vino sia buono e non costi molto, perché non adeguare i disciplinari alle esigenze del mercato?
E visto che ad essere sotto inchiesta a Montalcino sono le aziende più grosse e importanti, cioè coloro (e Biondi Santi non conta nulla?) che hanno reso famoso il Brunello nel mondo, perché non dargli una mano rendendo legale ciò che oggi non è?
E' questo il modo di affrontare i problemi? A quanto pare non è un tema caro solo a certi nostri politicanti, ma l'idea di modificare le regole in base alle proprie esigenze appare un fenomeno sempre più di massa.

Continua Mancini: "Anche dinnanzi a fatti oggettivi gravidi di conseguenze si persevera a inneggiare istericamente alla tradizione dall'alto della propria torre d'avorio, con un atteggiamento intriso di snobismo drammaticamente distante da ciò che realmente chiede il consumatore. Cioè un vino buono e dal prezzo accessibile al di là della purezza di razza vegetale."
Dunque secondo Mancini il consumatore se ne frega delle regole, se ne frega delle tradizioni e della cultura da cui nasce il vino, peccato che oggi più che mai si stia avvicinando con grande interesse ai cosiddetti "vini veri" o "vini naturali", espressione certamente colorita e non proprio corrispondente, ma è un fatto che non sono tutti dei semplici "compratori". La cultura, la conoscenza, la semplice curiosità, le miriadi di corsi a cui un sempre più vasto numero di persone partecipano, sono la dimostrazione lampante che la gente non è tutta uguale e che chi si informa, chi capisce come vanno le cose, di certo non condivide una politica basata solo su interessi economici totalmente privi di qualsiasi etica.

E l'articolo prosegue: "Altro elemento pesante come un macigno, continuamente rimosso e sempre rotolato a valle, come la pena eterna di Sisifo, è quello dei controlli. Così come congegnati evidentemente non funzionano, ne abbiamo già le prove ma certamente altre ne arriveranno. Parliamone!" Giusto, peccato che poi prosegue: "Certi disciplinari di produzione galleggiano sospesi in galassie poste a distanza siderale dal mercato, quindi dai consumatori; senza addentrarci in filosofiche acrobazie attorno al concetto di tipicità e tradizione, forse è il caso di intervenire con qualche ritocco. E il problema non riguarda soltanto il Brunello. Parliamone!" E ricadiamo nello stesso furbesco tema, modificare i disciplinari perché vecchi, obsoleti ecc., dimenticando che il parametro con cui si vorrebbe considerarli vetusti non ha nulla a che vedere con la qualità e la grandezza dei vini prodotti. Nel caso del Brunello di Montalcino, sono forse "vecchi" i vini di Soldera, Palmucci, Salvioni, Le Potazzine, Salicutti per citare i primi che mi vengono in mente?

Infine Mancini conclude: "L'immobilismo al pari del puro discettare sono molto pericolosi come sta dimostrando l'esperienza. Ecco perché faccio molta fatica a comprendere l'appello dei colleghi di Porthos dai toni così esasperati, estremi rivolto contro un mostruoso nemico: l'establishment", "...Ma il riscontro economico non è alla base di qualsiasi attività imprenditoriale? E saper interpretare la domanda del mercato non è una sana quanto necessaria abilità? Ma di cosa stiamo parlando, di un'attività economica, sia pure dalla straordinaria ricchezza storico-culturale, oppure di un gingillo da vetrina per feticisti? Su questo tema provo un naturale feeling per molti colleghi, mentre altri, pur stimandoli come professionisti, non riesco a comprenderli e tra questi proprio i firmatari dell'appello. Forse, riconoscendone l'onestà intellettuale, il loro peccato è l'eccesso d'amore. E troppo amore può anche soffocare, essere fatale e scatenare fanatismi. Il vino ha bisogno sì di passione ma soprattutto di lucidità e visioni strategiche di mercato, altrimenti gli amici di Porthos non potranno più godere del loro "Nutrimento dello spirito"."

Senza troppi giri di parole, il concetto è e rimane di una banalità sconcertante, ovvero solo adeguando costantemente i disciplinari all'andamento del mercato si può rimanere competitivi", errore madornale che non tiene conto minimamente dell'inevitabile appiattimento, in parte già ben visibile in molte denominazioni, a cui si andrebbe incontro, della mancanza totale di progetti a medio e lungo termine, dell'enorme rischio di perdere definitivamente proprio ciò che più ci rende unici e inimitabili, che fa del nostro vino una ricchezza fondamentale, il nostro patrimonio ampelografico, culturale e territoriale.
Patrimonio che viene soffocato da pratiche sempre più spinte, e sulle quali i nostri "vecchi" disciplinari sono già molto "larghi". Ma allora perché non essere del tutto onesti? Togliamoli del tutto, i disciplinari, che senso ha mantenerli se vanno bene solo se modificati ogni volta che cambia il vento?

Come dice bene il testo dell'appello: "In questo momento le aziende vinicole possono utilizzare prodotti sistemici che, progressivamente, tolgono vita alla terra e ai vigneti; nella realizzazione del vino non lesinano lieviti, batteri ed enzimi selezionati dalla biotecnologia; inoltre, sono autorizzate sostanze, giustificate da una supposta origine enologica, che dovrebbero aggiustare il liquido. Tutte queste azioni rendono vano il concetto di territorialità". E aggiungo che sono il sintomo di una politica dissennata, volta esclusivamente a compiacere un mercato viziato ma anche senza strumenti per potersi evolvere verso una cultura del vino, pressato a sua volta da un concetto produttivo massificante, dove la ragione non deve entrare, perché il denaro è l'unica regola e l'unica ragione. Il vino ridotto a puro fenomeno industriale, di business, non può che impoverirci tutti, la terra e gli uomini, perseguendo un fine autodistruttivo e autolesionistico, come sta avvenendo in modo a quanto pare inarrestabile in tutti i settori. Consumare meno e meglio è un bello slogan, peccato che finché le regole le detteranno le grandi industrie non potrà essere mai realizzato.

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Thursday 26 June 2008


Brunello di Montalcino: disciplinare si, disciplinare no. Cosa si può fare oggi?

Già, cosa si può fare oggi, tenendo conto che i produttori di Brunello di Montalcino sono ormai oltre 250?
Non c'è blog o forum enoico che non si sia posto il problema, che non abbia attivato dibattiti accesi sul tema. Ci sono gli irriducibili che trovano assurdo e insensato andare a ritoccare il disciplinare per consentire la possibilità di produrre legalmente questo vino storico con una ipotetica percentuale di altre uve (leggasi merlot, cabernet, petit verdot, syrah ecc.), modifica che fra l'altro verrebbe interpretata, alla luce delle attuali indagini, come un'ammissione di colpa e un atto di debolezza che rimarcherebbe il fatto che non si può fare un grande vino senza di esse.
Ci sono quelli che ritengono altrettanto assurdo pretendere che si produca un vino con un disciplinare rigido, voluto in passato dagli stessi produttori, quando si è dimostrato ampiamente che al mercato estero, dove va a finire oltre il 60% della produzione, piace più un Brunello morbido, colorato, con una buona potenza e dolcezza, vino che si può ottenere quasi escusivamente con pratiche di cantina e l'eventuale aggiunta di altri uve.

Ma il vero problema, secondo me, è che non è ipotizzabile un ritorno sui propri passi. Nel 1975 erano solo 25 le aziende di Brunello, nel 1995 sono passati a 120 con 3.500.000 di bottiglie prodotte. Oggi siamo ad oltre 250 aziende e una produzione annua che si avvicina sempre più agli 8 milioni di bottiglie. Nulla di male, visto sul piano dello sviluppo locale. Montalcino ha avuto un passato di miseria, scarsità di lavoro, riduzione della popolazione; ritrovarsi oggi come uno dei più fiorenti comuni della Toscana, grazie al vino, è un fatto che non può che farci piacere. Ma oltre 2.000 ettari vitati a sangiovese da Brunello sono davvero tanti, e nessuno si è preso la briga di fare una zonazione seria, mappature, analisi, verifiche dei terreni che meritano davvero di entrare nei confini della Docg. E' proprio qui il nodo della situazione. Quanti vigneti sono davvero così vocati da poter produrre un Brunello di Montalcino degno della sua fama con il solo sangiovese grosso? Certamente non 2.000. E allora, cosa fare oggi per evitare una retrocessione che produrrebbe non pochi danni a quei produttori che hanno investito tutto su questo vino sulla scia dell'enorme successo conquistato nel mondo? E come si può modificare un disciplinare nel quale numerose aziende hanno davvero creduto, accettandone fino in fondo le regole, a vantaggio di altre che sanno di non possedere le carte per fare un vino di alto lignaggio rispettando l'attuale disciplinare?

Siamo in Italia, non dimentichiamocelo, basta vedere come si sta affrontando il problema dell'immondizia, per renderci conto che anche nel vino non ci possiamo fare troppe illusioni. L'immagine del vignaiolo che fa il vino perché ama la terra e i suoi frutti, che conosce il giusto e la misura, che non ha bramosia di crescere a dismisura per guadagnare sempre di più a scapito della qualità, appare oggi come schiacciata da un mondo che non sente emozioni ma fa conti e fatturati, detta regole di mercato necessarie a garantire ricchezza, non qualità. Se una regola sta stretta si allenta, lo si fa con l'inquinamento aumentando i livelli massimi di tolleranza, perché non si dovrebbe fare anche con il vino?

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Sunday 25 May 2008


Francia: Microsoft bandisce la parola "vino" dal proprio motore di ricerca.

 

Con una mossa senza precedenti Microsoft ha annunciato, questa settimana, che escluderà la vendita di vino dal proprio sito MSN francese, citando l'attuale problematica situazione vigente in Francia con riguardo alle leggi che regolano la pubblicità e la vendita di alcolici.  In una mail inviata a i propri clienti Microsoft ha detto di star rivedendo il proprio regolamento editoriale concernente le vendite di alcolici e che saranno disattivati gli annunci relativi alle vendite on line relative a questo genere di prodotti così come le parole chiave utilizzate per le ricerche, questo a partire dalla fine di Maggio.

“In effetti la legislazione francese sottolinea che internet non fa parte dei mezzi approvati per la pubblicità di alcolici” si legge nel messaggio inviato dall' adCenter di Microsoft.

"Pensiamo che si tratti di un ulteriore e grave minaccia per il settore e verso chiunque abbia a che fare col vino su internet. " ha commentato Julien Pichoff  animatore del blog e motore di ricerca francese online Findawine.com.

"Microsoft vende spazi che hanno relazione con il vino e sono spaventati di poter essere multati” ha aggiunto.

Pichoff sottolinea che, al momento, sono solo tre i maggiori portali di accesso – Google, Yahoo e MSN – e che sebbene MSN sia il più piccolo, comunque, ha alle sue spalle una società (Microsoft) di enorme rilievo e potere.

“Basta spaventarne tre” Pichoff ha affermato. “Se gli altri seguiranno questo esempio, Google in particolare, sarà la fine delle vendite di vino sul web.

 

Fonte: Fijev.

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Thursday 15 May 2008


Montalcino: Carlo Macchi mette il dito nella piaga, i fondi comunitari

Sulla questione Brunello taroccato si, Brunello taroccato no, si è detto tutto e il contrario di tutto. Dopo due mesi di continui dibattiti, ipotesi, dubbi, riflessioni, articoli, alcuni scandalistici, estremi e pericolosi, altri più corretti, intenzionati a informare su quanto sta avvenendo in questo prezioso fazzoletto di terra dove nasce uno dei più noti vini al mondo, il Brunello di Montalcino, arriva come un macigno, praticamente in contemporanea con la comunicazione inviata dal Consorzio agli organi di stampa (riportata anche su Vino al vino), un articolo di Winesurf a firma del giornalista di Poggibonsi Carlo Macchi, dove finalmente, lasciatemelo dire, si parla di una questione che molti sospettavano ma nessuno se l'è sentita di mettere su carta (o sul web), data la gravità del problema. Carlo Macchi riferisce che "molti dei problemi relativi agli ettari di merlot piantati pare siano di pura origine finanziaria. Oggi sembra ci sia molto di più: risulterebbe ai giudici infatti che quegli ettari “non conformi” (ma anche altri impianti) siano stati impiantati utilizzando fondi comunitari. Questi fondi dovevano essere usati per piantare Sangiovese per una precisa DOCG ed invece sono serviti per piantare Merlot, non ammesso dal disciplinare. Se questo fosse vero non si tratterebbe solo di frode in commercio ma anche di "distrazione" di fondi comunitari. Pare anche che questo non sia successo solo una volta ma "sia in voga" da diverso tempo e che il Procuratore Capo Antonino Calabrese e il Sostituto Procuratore Mario Formisano stiano indagando soprattutto in questo senso. Quindi non solo vigneti non conformi al disciplinare, ma anche piantati grazie a sovvenzioni comunitarie che dovevano servire ad altro.".
Capite bene che se tutto questo fosse vero, il Consorzio e i 93 produttori indagati per "vigneti non conformi" avranno ben altro di cui essere preoccupati e che quel comunicato rassicurante perde notevolmente di peso.
Intanto il governo statunitense vuole che si tirino fuori i nomi delle aziende indagate, mentre, a quanto riporta l'articolo di Macchi, invece di pretendere l'esame di tutti i campioni di vino indagati che accerti la totale estraneità di altri vitigni che non siano sangiovese, potrebbe anche "accontentarsi" di una dichiarazione del governo italiano che garantisca che in quei vini c'è il 100% di sangiovese. L'articolo per esteso potete leggerlo qui.

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Tuesday 13 May 2008


Brunello di Montalcino: il sogno di un disciplinare che non lasci dubbi

Durante il viaggio di ritorno da Alba Wines Exhibition, manifestazione che, nonostante le sempre maggiori e inspiegabili assenze di aziende di rilievo, rimane un punto di riferimento per l'altissimo livello organizzativo, riflettevo su quanto è accaduto e sta verificandosi a Montalcino. I numerosi articoli, alcuni dei quali scandalosi e dannosi per l'immagine falsata data al prodotto made in Italy - perché non si sono scagliati in modo raffazzonato e violento solo sul vino, mettendo sullo stesso piano un ipotetico caso di grave sofisticazione a danno della salute (rivelatosi del tutto falso) con il mancato rispetto da parte di alcune aziende ilcinesi del disciplinare del Brunello di Montalcino, ma anche sull'olio, sul pane, sulle mozzarelle ecc., provocando allarme in tutto il mondo con conseguenti reazioni del mercato che ben sappiamo - sono serviti prevalentemente a creare una grande confusione e una nuova sfiducia nel rispetto delle regole da parte nostra. Rimane il fatto, però, che una delle due più importanti denominazioni vinicole italiane si trova oggi a dover fare i conti con le indagini che vedono coinvolte alcune delle più grandi aziende produttrici, conosciute in tutto il mondo, sufficienti da sole a mettere in crisi l'intero comparto.

Ora, alla vigilia dell'assemblea, anticipata di due settimane (il 14 maggio anziché il 30) e indetta dal presidente del Consorzio del Brunello di Montalcino Francesco Marone Cinzano, che vedrà coinvolti non solo i produttori ilcinesi ma con tutta probabilità anche le più importanti rappresentanze sindacali e le organizzazioni agricole, è lecito fare alcune riflessioni e sperare in una decisione ferma e intelligente sulle scelte future per garantire realmente l'affidabilità e il rispetto del disciplinare da parte di tutti i produttori. Certo non c'è da farsi molte illusioni, come ha puntualmente sottolineato l'amico e sempre attento Franco Ziliani sul suo blog Vino al vino "I boatos riferiscono di "soluzioni" troppo incredibili, prive di raziocinio, per essere vere, di "scorciatoie" che verrebbero disinvoltamente prese nell'interesse esclusivo di pochi e non certo nell'interesse, che deve essere prevalente, di una collettività che comprende una denominazione ed i suoi protagonisti, i produttori.". Né ci si può aspettare che l'attuale disciplinare, del quale appare quasi certo verrà proposta una modifica, possa divenire più ferreo al fine di renderlo inattaccabile e quindi davvero "garantito".

Se il Consorzio e i 250 produttori associati fossero convinti di perseguire questa strada, ci sono alcuni punti fondamentali che andrebbero definiti senza lasciare nessuna incertezza nel disciplinare della Denominazione di Origine Controllata e Garantita Brunello di Montalcino: attualmente, non essendo indicato, è possibile effettuare operazioni di arricchimento durante la fase di vinificazione e fermentazione con mosto concentrato e/o mosto concentrato rettificato. Di questa questione si sono lungamente interessati nel forum del Gambero Rosso, con interessanti interventi anche di Daniele Cernilli. Questione sulla quale, a mio avviso, si è un po' esagerato, ponendola come possibile scoglio legale da parte dei difensori delle aziende indagate poiché l'MCR (mosto concentrato rettificato) può essere ottenuto liberamente con qualsiasi uva, pertanto vanificherebbe la possibile accusa che nel Brunello di Montalcino ci sia presenza di altri vitigni non autorizzati. La questione è assai poco credibile visto che l'MCR è "un prodotto privato di tutte quelle sostanze naturali, diverse dallo zucchero e dall'acqua, che potrebbero apportare modifiche organolettiche al mosto a cui viene addizionato", pertanto la sua presenza non è assolutamente determinante, fra l'altro è una pratica che a Montalcino, e in particolar modo con l'annata 2003 (quella sequestrata), non viene utilizzata.
Quindi, sarebbe opportuno specificare nel disciplinare che "non è consentita alcuna pratica di arricchimento", al solo scopo di togliere qualsiasi dubbio o supposizione.

Altra questione è quella della possibilità di aggiungere fino al 15% di Brunello di Montalcino più giovane a Brunello di Montalcino più vecchio e viceversa, pratica che pone, volenti o nolenti, non poche perplessità dal punto di vista organolettico, tanto da lasciare spesso di stucco nel rilevare alcuni vini di annate minori, "stranamente" freschi e vitali rispetto ad altri della stessa annata. Come è accaduto proprio con la 2003. Anche qui, non sarebbe male, che si decidesse di rivedere il disciplinare una volta per tutte e definire che l'annata riportata in etichetta deve corrispondere al 100% al vino contenuto nella bottiglia. Qualcuno potrebbe dire che questo metterebbe in difficoltà i vini prodotti in annate difficili, ma il Brunello di Montalcino è un vino di vertice, è il massimo che ci si possa aspettare, è l'apice assoluto dell'enologia italiana (insieme a Barolo e Barbaresco), è per questo che esiste la Doc di ricaduta Rosso di Montalcino, proprio per garantire ai produttori la possibilità di vendere comunque anche in annate difficili. Certamente il prezzo è diverso, ma non è forse più corretto nei confronti dei consumatori? Che senso ha, altrimenti, valutare le annate se poi queste vengono "ritoccate" con altre migliori?

Infine, si paventa l'ipotesi di una modifica del disciplinare che consenta l'utilizzo di altre uve con il sangiovese grosso. E' evidente che, se venisse fatta un'operazione del genere, agli occhi del mondo sarebbe come dichiarare che il Brunello di Montalcino è stato davvero taroccato, e sappiamo bene come gli americani tollerano tutto ma non essere ingannati. Cerchiamo di non diventare ridicoli ed evitiamo assurdi colpi di spugna che affosserebbero non solo il Brunello di Montalcino, ma l'immagine intera del vino italiano e la sua credibilità. E questa volta, temo, sarebbe davvero un danno definitivo e irrecuperabile.

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