Esalazioni Etiliche


Monday 8 January 2007


Antonio Faraò: un piacere ascoltarlo anche per chi non se ne intende

Può sembrare un titolo banale, ma secondo me è la chiave di lettura di questo grande pianista e compositore, che sa muoversi sui tasti con invidiabile maestria e senza mai invischiarsi in materiali troppo cerebrali e non facilmente decifrabili. Sebbene oggi sia difficile incontrare lungo la strada grandi innovatori, Antonio è perfettamente consapevole che il mezzo che ha a disposizione consente più di qualsiasi altro di spaziare su una gamma espressiva praticamente infinita, l'importante è non scadere mai nella banalità e riuscire a presentare nuovi aspetti e diverse interpretazioni anche di brani classici eseguiti dai grandi pianisti jazz del passato. Essersi forgiato su studi classici e, grazie alla passione del padre, aver conosciuto fin da piccolo i grandi musicisti jazz, gli consentono di avere una mente aperta e dinamica, in grado di attingere alle diverse fonti musicali per dare corpo alla sua personale interpretazione, soprattutto in campo squisitamente compositivo.

Nato a Roma nel 1965, il suo percorso musicale ha avuto inizio molto presto, passando da un semplice vibrafono giocattolo all'età di 6 anni, ad un vero pianoforte, con il quale ha poi ottenuto il diploma intermedio al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Il suo stile passa attraverso musicisti del calibro di McCoy Tyner ed Herbie Hancock, ma oggi è molto più evidente l'influenza del grande Bill Evans, sia dal punto di vista della complessità dell'armonia che in certi fraseggi caratteristici. Tecnica eccellente, passione e grinta, grande energia sempre ben indirizzata sono gli elementi che emergono ascoltando i suoi lavori. Personalmente nel suo stile colgo anche richiami a Michel Petrucciani e in minor misura al Keith Jarrett degli anni settanta. Ma nei suoi frequenti lavori in trio è senz'altro Bill Evans il suo punto di riferimento, anche se questo non deve apparire né un limite né un condizionamento, al contrario è l'elemento di stimolo per la sua creatività e per la sua personale visione musicale. Molto interessante e non meno influente il contributo di John Williams (che molti ricorderanno per le splendide colonne sonore in numerosi film fra cui la saga di Star Wars, E.T., Superman, Incontri ravvicinati del terzo tipo, Indiana Jones ecc.), che accompagnò al piano musicisti del calibro di Stan Getz e Phil Woods.

Vale la pena ricordare nella sua già straordinaria carriera, il premio "Nuovi Talenti" alla XI Rassegna Musicale nel 1987, il premio Four Roses come "Miglior Pianista dell'anno" nel 1991, il secondo posto all'annuale referendum indetto dalla rivista specializzata Musica Jazz nella categoria "nuovi talenti" nel 1991, ma soprattutto il prestigioso primo premio ricevuto nel 1998 a Parigi per il decennale "Concorso Internazionale di Piano Jazz Martial Solal".

Oggi vanta già un'ampia discografia e un'esperienza con artisti internazionali del calibro di Lee Konitz, Miroslav Vitous, Jack DeJohnette, Daniel Humair, Bob Berg, Richard Galliano, John Abercrombie, Franco Ambrosetti, Chico Freeman, Gary Bartz, Chris Potter, Steve Grossman, Tony Scott e Mina e Lucio Dalla nel campo della musica leggera.

Fra i suoi più recenti lavori vale la pena ascoltare Thorn (2000 - Enja 93992), pubblicato dalla Enja nel 2000, che vanta la partecipazione di Chris Potter ai sassofoni tenore e soprano, Drew Gress al basso e Jack DeJohnette alla batteria. Nove brani di cui ben sette composti da Antonio Faraò.

In Far Out (2003 - CamJazz 7757) suona con il compianto sassofonista Bob Berg, bassista Martin Gjakonovski e il batterista Dejan Terzic. Anche in questo cd ben 8 brani sono di sua composizione, l'aria che si respira è sempre carica di swing, allegria, forza espressiva.

In Encore (2004 CamJazz 7767), sono acnora Gjakonovski e Terzic ad accompagnarlo (egregiamente): 11 brani di cui ben 10 a sua firma per un totale di oltre 56 minuti.

Ultimo nato, Takes on Pasolini (2005 - CamJazz 7779) ci rivela la sua forte passione per Pierpaolo Pasolini: i brani dei suoi film più noti vengono rivisti in chiave jazzistica dall'eccellente trio che vede al basso il grande Miroslav Vitous (ve lo ricordate ai tempi dei Wheather Report?) e alla batteria lo straordinario Daniel Humair. Da non perdere.

Chi lo volesse ascoltare dal vivo può approfittare dei due concerti che effettuerà al Gregory's Jazz Club (Tel. 06 6796386) di Roma il 12 e il 13 gennaio alle 22.00.

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Tuesday 7 November 2006


Mehldau esalta il pubblico della Sala Sinopoli e gli regala cinque bis

Che sarebbe stato un gran concerto lo avevo preannunciato, sebbene non avessi ancora avuto il piacere di ascoltare Brad Mehldau dal vivo. Nato in Florida trentasei anni fa, Brad sta dimostrando di meritare la sua crescente fama di pianista virtuoso, capace di giocare con naturalezza straordinari disegni sonori che difficilmente, soprattutto quando suona da solo, possono essere catalogati in uno specifico genere musicale.

Il concerto di ieri sera alla Sala Sinopoli dell'Auditorium Parco della Musica di Roma, ha evidenziato bene questo suo aspetto. Parlando con Laura le facevo notare come chi approda oggi al jazz (nella sua più ampia accezione) gode del vantaggio di poter apprendere dai grandi del passato, e nel pianismo di Mehldau, sebbene originalissimo, se ne avvertono davvero molti, a partire da Art Tatum e Thelonius Monk, per finire a Bill Evans, Ahmad Jamal e Keith Jarrett.

La condizione di grazia dell'artista, che ha concesso un sorriso abbozzato solo alla fine del concerto, è apparsa evidente nei numerosi brani eseguiti, fra i quali ho riconosciuto una straordinaria interpretazione di My Favourite Things, riscritta 45 anni fa dal grande John Coltrane (gli autori originali sono Richard Rodgers e Oscar Hammerstein), davvero sublime e piena di pathos. Vedere quelle mani scorrere e intrecciarsi sulla tastiera, sempre con dolcezza ma senza esitazioni, è stato davvero gratificante. Eccezionale il suo lavoro con la mano sinistra, spesso protagonista nel canto come negli aspetti squisitamente ritmici, a lui molto congeniali (e qui Jarrett ha dato un bel contributo).

Se è stato parco nel sorridere (ad ogni applauso si inchinava rimanendo seduto, cosa assai curiosa e divertente), non lo è stato nel concedersi alla tastiera, offrendo ad un pubblico che non voleva mandarlo via ben cinque splendidi bis, segno della sua grande disponibilità e voglia di suonare.

Questa sera tocca al quartetto del grande sassofonista Wayne Shorter, formato nel 2000 e quindi ben collaudato. Lo accompagnano tre musicisti d'eccezione: Danilo Perez al piano, John Patitucci al basso e Brian Blade alla batteria. La grandezza di Shorter si può comprendere dalle numerose pietre miliari che ha lasciato nel suo lungo percorso musicale, che lo ha visto coinvolto anche in imprese non squisitamente legate all'ambiente jazzistico, a partire dal jazz-rock dell'ultimo Miles Davis e di quello straordinario gruppo che è stato Weather Report, fino agli incontri con Pino Daniele, Joni Mitchell e Carlos Santana, per citarne alcuni. Mi aspetto un concerto altrettanto stimolante.

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Monday 6 November 2006


Brad Mehldau all'Auditorium Parco della Musica di Roma

Non avete acquistato il biglietto? Male! Questa sera suonerà per i fortunati (fra cui io) il grande pianista jazz Brad Mehldau, uno degli artisti di maggior talento degli ultimi anni. Il suo stile narrativo, basato su un'improvvisazione sempre misurata e originale, costruita nota per nota, difficilmente non lascia il segno nell'ascoltatore. La sua grande conoscenza per la musica (non solo jazz, ma anche classica e pop) gli consente ampi spazi creativi e una fantasia quasi illimitata. Ha già nel suo "curriculum", incisioni e concerti con artisti del calibro di Wayne Shorter (che sarà a sua volta presente all'Auditorium domani 7 novembre), Charlie Haden, Charles Lloyd, Lee Konitz, John Scofield, Joshua Redman, Pat Metheny.

Da non perdere l'ultimo cd uscito, in duo con Renée Fleming.

Insomma, provateci, correte al botteghino più vicino, forse un biglietto da 20 euro (più commissioni) lo trovate ancora!

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Thursday 12 October 2006


Musica Jazz: devo molto a questa importante rivista italiana

Avevo poco più di 16 anni quando ho cominciato a leggere questa rivista. Ricordo che allora era diretta da Arrigo Polillo e si trovava più che altro nelle edicole del centro, quelle che in molti casi rimanevano aperte fino a mezzanotte o addirittura 24 ore su 24. Per alcuni anni ho acquistato anche la rivista statunitense Down Beat e il non meno importante periodico francese Jazz Magazine, sforzandomi di capire ciò che era scritto con la mia conoscenza delle due lingue piuttosto farraginosa.

Si, perché sin da allora il jazz mi coinvolse profondamente. Certe sere uscivo da solo e passeggiavo per le strade di Roma ascoltando quelle poche trasmissioni radiofoniche che davano spazio a questa musica e mi emozionavo. Un emozione che si è interrotta forzatamente quando, dieci anni dopo, mi derubarono nella casa in cui vivevo in affitto: oltre a 2 biciclette (una l'avevo appena comprata per regalarla alla mia fidanzata), un flicorno, una tromba, due chitarre, attrezzi sportivi, un mobile, vestiti, si portarono via lo stereo e tutti i miei dischi, più di 400 fra jazz, classica, rock e leggera, alcuni dei quali a 78 giri, introvabili.

Quell'evento mi strinse talmente il cuore che per molto tempo non sono riuscito più a seguire con la stessa partecipazione la musica, in particolare proprio il jazz che mi emozionava di più. L'unico musicista che non ho mai smesso di ascoltare era Keith Jarrett.

Poi, un po' alla volta mi sono riaperto a questa musica, sono riuscito anche a trovare delle riedizioni su cd di una parte dei dischi perduti. Ma Musica Jazz non la leggevo più, per qualche ragione era come se più di ogni altra cosa mi riportava a quel periodo doloroso.

Ci sono voluti quasi 20 anni affinché potessi riavvicinarmi a questa rivista, che scoprii accompagnata regolarmente da un cd e ad un prezzo davvero invogliante.

Così ho ripreso a sentire concerti di jazz con più frequenza, ad acquistare cd, a leggere e informarmi su tutto ciò che è mutato o si è trasformato nel panorama jazzistico di questi ultimi anni. E ho ritrovato anche l'emozione (che in verità non mi aveva mai abbandonato) di ascoltare, di riconoscere lo stile di questo o quel musicista, di scoprire nuovi talenti e, soprattutto, di notare quanto sia cresciuto il jazz italiano, grazie al fondamentale contributo di  artisti come Enrico Rava, Enrico Pieranunzi, Renato Sellani, Paolo Fresu, Danilo Rea, Stefano Bollani, Roberto Gatto, Francesco Cafiso, Stefano Di Battista, Gabriele Mirabassi, Rita Marcotulli, Patrizia Scascitelli, Roberta Gambarini, Claudio Fasoli, Bruno Tommaso, Giorgio Gaslini, Antonello Salis, Maurizio Giammarco, Rosario Giuliani e tanti, tanti altri.

Ed è grazie a Musica Jazz che sono riuscito a "rientrare in carreggiata", a riappassionarmi, a dare la giusta collocazione nella mia vita a questa così straordinaria e variegata musica, troppo spesso catalogata in modo sommario dai più disattenti, ma anche a causa di una scarsissima diffusione della stessa attraverso i canali televisivi e radiofonici, dove il commerciale è e sarà sempre prioritario rispetto alla qualità. Per fortuna si può acquistare una rivista con allegati cd di musiche altamente selezionate e qualitativamente ottime a meno di 9 euro, mi sembra davvero un buon incentivo...

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Wednesday 4 October 2006


Keith Jarrett The Carnegie Hall Concert: la difficoltà di non ripetere se stesso

2CD SET - The Carnegie Hall Concert Part 1-X / The Good America / Paint My Heart Red / My Song / True Blues / Time On My Hands

 

Ogni volta che esce un nuovo cd di Keith Jarrett, pianista eccelso che naviga fra il jazz e il classico con invidiabile scioltezza, rappresenta nel bene e nel male un evento che non può passare inosservato.

Primogenito di cinque figli, Jarrett è nato ad Allentown in Pensylvania da Daniel e Irma Jarrett, l'8 maggio 1945, il Victor Day, la giornata in cui l'America festeggia la vittoria sulla Germania, e non poteva essere diversamente: un prodigio come lui doveva partire alla grande. Sono pochi, pochissimi, i musicisti che possano vantare un'infanzia musicale così precoce: a soli tre anni fu in grado di comporre la sua prima partitura e a 5 improvvisò per la prima volta dal vivo nel famoso programma televisivo "Paul Whiteman Tv Teen Club", che il noto direttore d'orchestra utilizzava per rivelare al mondo i giovani talenti scoperti in giro per gli States, e che gli meritò il suo primo premio.

Ma come per tutti gli enfant prodige, c'è il rovescio della medaglia, una vita difficile e tormentata, un percorso in salita si, ma tortuoso e spesso non capito dalla maggior parte dei critici. Perché se la sua musica spesso riesce a toccarci l'anima, ma direi soprattutto il nostro inconscio, meno facile è comprendere l'uomo.

Persona schiva e poco incline ad aprirsi a chicchessia, a volte ossessivo e apparentemente pretestuoso nelle sue richieste ai concerti (ma cosa c'è poi di pretestuoso nell'esigere che la gente arrivi puntuale, stia zitta e spenga i cellulari durante il concerto, non faccia fotografie ed eviti di applaudire a sproposito? E' questione di rispetto e niente altro, tanto più di fronte alle sue performances in completa solitudine, dove la concentrazione deve essere assoluta), ha una visione della musica e della vita assolutamente personale, dove la parola "ferocia" significa "lotta con intensità" per raggiungere la gioia creativa, dove il tradizionale concetto di "improvvisazione", nel suo caso ha un valore molto più ampio, perché quando si siede davanti al suo Steinway & Sons "non ho nemmeno un seme quando comincio. E' come partire da zero". Il suo approccio è quindi totale e non ha nulla a che vedere con la classica improvvisazione jazz.

Questo modo di suonare, quando effettua i suoi concerti in solo, gli ha creato non pochi problemi di salute, l'enorme sforzo di sostenere un recital di un'ora e mezza senza alcun appiglio, senza un tema di base su cui tessere le sue note, gli ha prodotto forti tensioni, dapprima manifestate in modo occasionale con momenti di forte stress fisico, per poi esplodere alla fine degli anni '90 con una sindrome da affaticamento cronico, che gli impedì di suonare per ben 4 anni.

 

Ma in questo contesto non posso dilungarmi oltre per ragioni di spazio e per non tediarvi ulteriormente; suggerisco a chi non lo conosce e vuole capire questa straordinaria figura del nostro tempo, di acquistare "Keith Jarrett. L'uomo. La musica", curato da Jan Carr, noto trombettista inglese, per la Arcana Editrice, e "Keith Jarrett. Il mio desiderio feroce", scritto dal nipponico Kunihiko Yamashita ed edito in Italia da Edizioni Socrates.

 

Parliamo dunque di questo suo ultimo doppio cd del concerto effettuato da Jarrett il 26 settembre 2005 al Carnegie Hall di New York, in vendita in Italia da pochi giorni ad un costo che può variare, secondo la correttezza degli esercenti, tra i 28 e i 33 euro.

Il primo cd è occupato dalle parti I-V, come da tradizione senza alcun titolo, visto che ciascun episodio musicale nasce da un preciso momento creativo dell'autore; il secondo contiene le altre cinque parti più 4 temi di sua composizione (The Good America, Paint My Heart Red, My Song e True Blues) e Time On My Hands di Vincent Youmans, Harold Adamson e Mack Gordon.

Come ormai sta accadendo ripetutamente da quando ha ripreso i suoi concerti in solo, i percorsi improvvisati sono diventati più brevi e più numerosi, meno dispersivi e ridondanti (i brani più lunghi sono part I, V e X, tutti di poco superiori ai 9 minuti, mentre in passato erano due o tre parti con lunghezze che potevano arrivare anche a 40 minuti ciascuna) , a tutto vantaggio sia della sua salute (a 61 anni non può avere le stesse energie che aveva a 30) che dell'ascoltatore che può assimilare più facilmente le diverse sfaccettature del concerto. Ad un attento esame delle diverse parti, emerge comunque un profondo legame fra loro, dove la pausa diventa pura necessità esistenziale; mentre il costrutto di base rimane affine ai suoi lunghi assoli di un tempo.

 

Il concerto inizia con quel "pastice" di note che si aggrovigliano (esattamente come il suo corpo quando suona) in tumultuosi effetti sonori, che caratterizzano i suoi più recenti live in solitudine e, se da una parte sembrano strizzare l'occhio a sonorità moderne che potrebbero ricordarci a tratti Arnold Schoemberg o Cecil Taylor, dall'altra rappresentano la necessità dell'autore di trovare la propria dimensione, di entrare in contatto con la parte più profonda di sé per poi sciogliersi in quel linguaggio pregnante e ricco di passione che lo caratterizza nei momenti migliori.

 

Così lo troviamo nel secondo breve brano (circa 3 minuti e mezzo) penetrare nel pathos ritmico di cui da sempre è straordinario padrone, dove la fisicità diventa elemento principale e trascinante. La mano sinistra diventa elemento d'impulso per una coreografia energica ma espressiva.

 

Nel terzo (4 minuti e mezzo) eccolo toccare finalmente la parte più profonda dell'anima, con la sua spiccata e tormentata sensibilità, dove le suggestioni sonore si susseguono fra tonalità minori e maggiori crescendo verso una fase quasi di beatitudine, evidenziata da intervalli accompagnati dalla voce.

 

Nella parte IV (5 minuti) sembra tornare sui suoi passi, riproponendo grappoli di note che sembrano rincorrersi alla ricerca di una risposta, di un elemento che gli dia corpo, costrutto sonoro, cosa che avviene attorno al secondo minuto: si placa, diventa riflessivo, si espande lentamente, le note sono meditate e soppesate, mentre il finale riprende le modalità iniziali, quasi a voler chiudere in fretta un momento difficile e tormentato.

 

La quinta parte, che chiude il primo cd, mette in risalto la parte più cupa e silenziosa del suo complesso linguaggio espressivo, attraverso sequenze armoniche mai banali e scandite con una certa drammaticità, che riecheggiano alcune composizioni presenti in "Dark Intervals" (registrazione live a Tokyo del 1987), con momenti di rara bellezza, soprattutto nel finale.

 

Il primo brano del secondo cd, part VI (6,30 minuti), e me ne dolgo, ritorna ancora una volta ad una corsa ossessiva sulla tastiera che poco lascia al piacere, se non forse dal punto di vista visivo per coloro che hanno assistito al concerto. E' questa una delle note dolenti della maturità di Jarrett nelle esecuzioni in solo (completamente assente, invece, quando si esprime con il collaudatissimo trio formato con il bassista Gary Peacock e il batterista Jack De Johnette), ed anche un suo limite, o quanto meno una formula dalla quale non riesce più a districarsi. Intendiamoci, se fosse il suo primo cd in solo, sarebbe straordinario, ma oggi è giusto aspettarsi una maggiore capacità di separarsi da facili e ripetitivi cliché esecutivi. Sono i momenti in cui la creatività sembra non trovare sbocchi e, a dispetto di tanta tumultuosità sonora, rasenta una staticità espressiva disarmante.

 

La parte VII (poco più di 7, 30 minuti) ci riporta a respirare grazie ad un brano nel miglior stile di Jarrett, dove il succedersi delle note su una base ritmica di impronta blues riesce ad infondere una rara e suadente allegria.

 

L'ottavo pezzo (4,40 minuti) ci riporta in un viaggio interiore, solo a tratti accostabile per le calde atmosfere al terzo brano e per i toni "spirituali" al quinto. Il tema scorre senza difficoltà, donandoci momenti di alto lirismo dove il magico tocco del compositore si manifesta in tutta la sua grandezza. Uno degli episodi più belli di tutto il concerto.

Il penultimo brano, (7,40 minuti) è imperniato su un continuo scambio ritmico fra le due mani, dove nessuna sembra prendere il sopravvento, ma al contrario si integra perfettamente all'altra dando sfogo a punteggiature ricche di dinamicità, scarnificate di qualunque smanceria, dove è il ritmo puro e la totale e invidiabile indipendenza delle due mani a colpire l'ascoltatore, mentre si assiste ad un mescolarsi di spunti blues e giochi a più voci squisitamente bachiani, fino ad un crescendo ritmico che non può lasciarci distaccati.

 

Il brano X (6, 50 minuti) che chiude il concerto in totale improvvisazione, ci ricorda nella prima parte la capacità di Jarrett di farci entrare in un particolare stato d'animo attraverso la sua ossessiva ripetizione di una tonalità di fondo sulla quale tesse con la mano destra un canto dai tratti essenziali e sul finale volutamente sempre più scarno. E' uno dei pochi musicisti che riesca a non annoiare anche in un caso del genere, grazie al suo tocco ineccepibile e alla sua incredibile forza espressiva, trasformando quel ripetersi di note nell'attesa di un evento emozionante che non tarda ad arrivare nella seconda parte, quella in cui il pedale del pianoforte, per altro assai poco usato dal nostro, fornisce un contributo essenziale alla drammaticità dell'evento.

 

Il resto del concerto conferma le sue straordinarie doti di compositore e di interprete, qui certamente più squisitamente di impronta jazzistica, dove a tratti sembrano scorrere le influenze dei grandi maestri che lo hanno preceduto, ma il suo bagaglio espressivo e culturale gli consente di rendere ogni esecuzione davvero magistrale e difficilmente criticabile. Concludo riportando due frasi che ben identificano la sua personalità e il suo modo di sentire le cose: "Credo che un vero artista debba essere innanzi tutto consapevole dell'impossibilità del suo compito, e nonostante questo continuare a svolgerlo" e "Un musicista può credere alle note che escono, oppure può credere ai sentimenti che penetrano nelle note che escono: ma non può credere a entrambe nello stesso momento, perché si tratta di cose totalmente diverse".

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