Esalazioni Etiliche


Saturday 12 July 2008


Keith Jarrett Trio questa sera a Roma

Qualcuno si domanderà "ma che è successo ad Esalazioni etiliche? Non era un blog di vino? E' il secondo post dedicato alla musica...". Già, ma chi legge questo bloggaccio che si appoggia ad una piattaforma decisamente disonorevole per problemi di tempo, sa perfettamente che qui non si parla solo di vino ma anche di altre passioni, prima fra tutte la musica, la grande musica, quella che lascia il segno perché ha realmente qualcosa da dire, a prescindere dal gusto di ciascuno di noi.
Nel caso di Keith Jarrett, poi, si può discutere quanto si vuole, ma rimane il fatto che è un musicista di talento che è riuscito a superare i confini e gli incasellamenti che tanti critici hanno tentato di affibiargli. Certo, le sue escursioni nella classica, con incisioni di un certo pregio come i 24 preludi e fughe op. 87 di Shostakovich, Das Wohltemperierte Klavier Buch I al pianoforte e Buch II al clavicembalo, una delle più difficili e straordinarie opere di Bach, le Goldberg Variations dello stesso autore, le bellissime Suites for Keyboard di Haendel, le meno entusiasmanti esecuzioni di tre concerti per piano e orchestra di Mozart, ecc., rappresentano il lato più "istituzionale" di Jarrett, e per certi aspetti meno avvincente.
Indubbiamente il suo lavoro più difficile e libero sta nell'improvvisazione totale dei suoi concerti in solitudine, inevitabilmente altalenanti e a tratti ripetitivi ma con alcune pagine davvero memorabili, grazie anche al suo tocco straordinario e alla sua conoscenza pressoché totale della musica. Concerti difficilissimi, per i quali è necessaria una concetrazione assoluta, e che gli sono costati non pochi disturbi di salute, tanto che oggi, superata quella grave malattia psicosomatica che non gli ha permesso di suonare per alcuni anni, preferisce effettuare raramente quelle esecuzioni in solo, con una formula del tutto diversa: brani più brevi (prima effettuava due lunghe improvvisazioni in due tempi) e spazio agli standard, che gli permettono ovviamente un maggior respiro.

Questa sera, chi si sarà ricordato di premunirsi in tempo del biglietto, avrà modo di apprezzarlo all'Auditorium di Roma, Sala Santa Cecilia, nella veste a lui più congeniale e ormai "standard", il trio, accompagnato da due musicisti il cui carattere si fonde perfettamente con le esigenze dell'artista di Allentown, Jack De Johnette alla batteria e Gary Peacock al contrabbasso. Un trio collaudatissimo con il quale ha forgiato decine di dischi e la cui formula funziona grazie alla loro ricchezza espressiva e creatività, alla tecnica perfetta e, soprattutto ad una sintonia musicale e di intenti che ha rari eguali nella storia del jazz. Si, ho detto jazz, perché in questo caso si tratta proprio di questo, jazz allo stato puro, un viaggio in questo mondo immenso, passando dai classici alle correnti più avanguardistiche, ma sempre con un tocco e un'eleganza raffinata che difficilmente può annoiare.
Il Jarrett di oggi è indubbiamente diverso da quello del lontano Koln Concert, unico disco di piano solo che sia riuscito a vendere milioni di copie in tutto il mondo, la sua consapevolezza ed esperienza gli consentono un maggiore equilibrio, una misura e un uso della tecnica totalmente asserviti all'esigenza espressiva, con momenti di altissimo lirismo.
Ora, i disattenti, sanno cosa si perderanno...

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Monday 7 July 2008


Youssou N'Dour: la musica nel sangue

Il primo ottobre di 49 anni fa nasce a Dakar Youssou N'Dour, in Senegal, un Paese al quale è sempre stato profondamente legato, tanto da spingerlo a fare un percorso di vita e musicale assai diverso dalla maggior parte degli altri musicisti connazionali. Qui non sono mancati mai, purtroppo, tutti i problemi che assillano non pochi popoli africani, come la siccità, le enormi difficoltà economiche, l'apartheid, la schiavitù, l'emigrazione, l'Aids.
Fin da bambino era straordinariamente portato per la musica, tanto da essere diventata parte naturale della sua esistenza. Discendente da parte di madre di un'antica famiglia di "griots", poeti e cantori che hanno lo scopo di conservare e diffondere la tradizione orale degli antenati, ma anche il ruolo di interpreti e ambasciatori della propria cultura, Youssou è diventato con il tempo una figura di spicco non solo in campo musicale, ma per il suo impegno nelle lotte sociali per il popolo senegalese e africano.
Musicalmente è un autentico trascinatore, il suo stile si è evoluto negli anni fondendo ritmi africani al pop e alla musica caraibica; voce straordinaria e di ampissima estensione, riesce ad incantare con il suo entusiasmo e la sua profondità espressiva, sia nella lingua originale, il wolof, che in francese e inglese. Vanta collaborazioni con musicisti del calibro di Peter Gabriel, Paul Simon, Sting, Nene Cherry, Johnny Dollar. Il 1994 segna la sua consacrazione come artista grazie al bellissimo album The Guide (Wommat), contenente il singolo 7 Seconds cantato con Nene Cherry, che vende quasi 2 milioni di copie e con cui viene nominato ai Grammy Awards nella sezione World Music.
La sua discografia vanta numerose pietre miliari, fra cui amo ricordare lo splendido Egypt del 2004. Bellissimo anche il suo ultimo lavoro, Rokku mi Rokka (Give and Take), del quale ha presentato numerosi brani sabato sera alla Cavea dell'Auditorium di Roma.
Una serata straordinaria, anche per la mumerosa presenza di senegalesi e africani fra il pubblico, che hanno ballato e coinvolto anche i più pigri e restii "uomini bianchi". La straordinaria umanità e sensibilità di questo musicista lo pone sul gradino più alto della comunicazione, al di là di mode e commercializzazioni, il suo contributo all'Africa è un elemento prezioso che va ben oltre la semplice diffusione di un linguaggio musicale, toccando temi fondamentali che fanno riflettere e mettono in discussione il nostro sistema sociopolitico sin nelle sue più profonde contraddizioni.

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Tuesday 4 March 2008


Cara Adele, non farti travolgere ma prenditi il tempo per crescere

Adele, hai solo 19 anni e sei già presa nel vortice del successo e delle case discografiche. C'è chi dice che sei la nuova Winehouse (!), come se lei fosse già vecchia...
Non ti bruciare, non farti trascinare nel limbo dove tutto si consuma nel giro di un giorno per poi dimenticarsene. Adele Adkin, sei brava, questo è certo, la tua voce è stupenda e sei ancora alla ricerca di una tua personalità, ma se non ti guardi dalle arpie che ti girano intorno, finirai col rimanere risucchiata nel vortice frenetico, per essere sfruttata e spremuta come un limone, finirai per produrre canzoni sempre più commerciali e scialbe, la tua voce, la tua vita non troveranno più equilibrio né serenità.

Difenditi più che puoi da un mondo che ti esalta e poi ti calpesta fino a cancellarti, non ti bruciare così in fretta. Sarebbe un peccato mortale. E la colpa è anche dei cosiddetti "consumatori", già la parola fa capire come siano anch'essi vittime di un sistema impietoso. Si divora, non ci si nutre, anche con la musica, quella canzone, quel video, diventano ossessivamente presenti nel nostro quotidiano fino a svuotarsi e perdere d'interesse, come tutte le cose di cui si fa indigestione.
Ogni giorno muore una voce, una voce spesso giovane, muore la sua potenzialità sul nascere, il mondo vorace non le dà tempo.
Ma la tua voce, profonda e dolcissima, chiede tempo e respiro, può sfiorare l'animo umano, trasmettere emozioni. Prendi tempo, impara a stoppare i famelici discografici, a loro non importa nulla di te, sei solo una nuova fonte di denaro, stai attenta, trova la tua dimensione, fatti rispettare, impara a meditare e costruire il tuo futuro. Allontanati e rifletti, invece di toccare il vertice per poi svanire in un soffio di vento, costruisciti un'esperienza musicale e artistica solida, lontana da mode passeggere, assapora la vita, quella vera, quella che ti farà divenire una donna. Non lo dimenticare mai.

http://www.youtube.com/watch?v=qz7vGW2_5c0

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Friday 9 November 2007


Non solo vino: con Joshua Redman una lezione di grande Jazz


Era da maggio che non parlavo più di questa musica ancora oggi capace di dare grandi emozioni. Il merito è tutto del fantastico trio di Joshua Redman, quello straordinario sassofonista, figlio del grande Dewey, che dall'inizio degli anni '90 ha avuto una carriera folgorante, meritatissima.
Il trentottenne statunitense (nato a Berkeley il 1 febbraio 1969) ha imbracciato il sassofono a soli 10 anni (e dall'età di 5 anni aveva già iniziato a studiare flauto, pianoforte e chitarra), ma lo strumento era a lui familiare sin dalla nascita, visto che il padre, scomparso il 2 settembre 2006) ne era grande maestro.
Nel 1991 partecipò e vinse al Thelonius Monk International Jazz Saxophone Competition, che lo consacrò come uno dei più promettenti sassofonisti e gli aprì le porte a collaborazioni prestigiose con artisti del calibro di Elvin Jones, Jack DeJohnette, Paul Motian, Pat Metheny, Charlie Haden, Red Rodney, Roy Hargrove.
Il suo stile ricorda i grandi maestri a cui si è ispirato come Sonny Rollins, John Coltrane, Wayne Shorter, Dexter Gordon, ma oggi ha senz'altro una sua precisa e inconfondibile personalità. Il sassofono per lui non ha segreti, è in grado di estrarne tutte le sonorità possibili senza mai strafare o dare sfogo a puro esibizionismo, ogni fraseggio ha una sua precisa logica, racconta qualcosa di importante e lo fa nel migliore dei modi possibili.

L'ho ascoltato ieri sera nella sala Sinopoli dell'Auditorium Parco della Musica, in compagnia di due musicisti straordinari: Omer Avital al basso e Gregory Hutchinson alla batteria. Un'ora e mezza filata di musica di altissimo livello, un trio perfettamente sintonizzato e affiatato, un jazz intenso, a tratti viscerale o malinconico (eccezionali alcuni incipit di Redman, veri capolavori in assoluta solitudine, al sax tenore e in un brano al sax soprano), ma caratterizzato da un ritmo spesso impetuoso e travolgente, grazie alla verve straordinaria di Hutchinson e al tocco preciso e creativo di Avital. Joshua sa stare magnificamente sul palco, un vero animale, la sua struttura longilinea gli consentiva di giocare ossessivamente con le proprie gambe in una specie di danza tribale. Difficile rimanere impassibili di fronte a tanta energia e scoppiettante musicalità. Il passaggio da momenti di grande ispirazione ad altri quasi goliardici (ma mai banali), l'atmosfera viva e carica di travolgente allegria, hanno reso la serata davvero indimenticabile. Una lezione di grande jazz che rimarrà a lungo nei miei ricordi...il vino può aspettare.

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Wednesday 10 January 2007


Nasce "Il mio jazz" da una costola di "Esalazioni etiliche"

Era destino che accadesse! Esalazioni etiliche stava diventando troppo generalista, creando probabilmente una gran confusione anche in chi ci legge. Dato il mio rinnovato amore per il jazz, sopito da un brutto furto ricevuto poco più di venti anni fa, mi sono preso la briga di dedicargli un blog a parte, "Il mio Jazz", non avrà probabilmente la stessa frequenza di aggiornamento ma farò del mio meglio.

Un altro elemento che mi ha consentito di riaccostarmi con entusiasmo a questa musica (i cui confini sono sempre più ampi a dire il vero) è stato il divieto di fumo nei locali pubblici. Si, ricordo in certi jazzclub i musicisti disperati (soprattutto chi suonava i fiati) per la coltre di fumo che a lungo andare finiva per rendere davvero difficile suonare.

Oggi si parla di Cleveland Watkiss, di cui ho visto un'esibizione proprio ieri sera al Teatro Studio (Auditorium Parco della Musica di Roma).

Tutti i vostri consigli sono bene accetti...

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