Wednesday 2 April 2008
Vinitaly o Wineitaly?

Sarà che io mi sento più vicino ai francesi i quali, piuttosto che parlare in un'altra lingua, preferiscono pronunciare qualsiasi termine secondo il loro accento e modo di esprimersi. Sarà che non riesco ad apprezzare gli inglesismi dilaganti, ma a me il "passionate business" che declama nel suo logo 2008 il Vinitaly mi dà proprio i nervi. Non è una scusa il fatto che l'inglese è la lingua più parlata nel mondo, perché se volevamo parlare una lingua universale era già stata coniata, l'esperanto, che avrebbero dovuto insegnare nelle scuole di tutto il mondo, se davvero si voleva comunicare. Invece ha vinto la lingua del business, la lingua del paese più potente e dominante, anche, soprattutto al Vinitaly. Allora perché non prendere coraggio e dichiarare fino in fondo la nostra totale dipendenza dagli americani (non dagli inglesi, almeno per ora) con un più veritiero Wineitaly?
E pensare che io ho sempre odiato i nazionalismi, il patriottismo strumentalizzato a giustificare le guerre. Sono sempre stato per l'abbattimento di barriere e confini, ma qui il discorso è decisamente alla rovescia, il confine è abbattuto solo in ingresso, non in uscita. Le basi militari americane non hanno una controparte italiana in America, eppure la guerra è finita, almeno quella guerra. Così, anche se facciamo vino da molto più tempo degli americani, anche se abbiamo un territorio fantastico, miriadi di vitigni, una legislazione vitivinicola che, nonostante i furbastri che la aggirano, ha una sua funzione di garanzia per chi quei vini li compra e li commercia. Anche se abbiamo Conterno, Soldera, Valentini, Biondi Santi, Giacosa, Mascarello, Cappellano, Pelizzatti Perego, Quintarelli, Taurino, Hauner, Gaja, De Batté...non siamo mai abbastanza italiani, tanto che gran parte dei nostri vini vengono piegati al volere di un mercato ottuso, obeso, che mette davanti a tutto il consumo vorace. Il business e la vigna non hanno nulla in comune, ciechi tutti coloro che non se ne rendono conto.
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Friday 28 March 2008
Scandalo a Montalcino: il gusto tutto italiano di farsi del male
La storia prosegue, su livelli differenti, si parla di frode, abuso d'ufficio, truffa, cominciano a fioccare i primi nomi (vedi), le notizie rimbalzano da un blog all'altro. Il presidente Marone Cinzano risponde con convinzione in difesa della denominazione e della correttezza del Consorzio (vedi). All'estero c'è fermento, a Montalcino c'è preoccupazione, tanti produttori che hanno sempre lavorato onestamente (sono in tutto ben 250, di cui 200 anche imbottigliatori) vedono la stessa nube che ha adombrato la mozzarella di bufala campana incombere su di loro. Si rischia molto, un grande vino, il più grande insieme al Barolo, sta sotto indagine della Guardia di Finanza.
Ok. Speriamo tutti che si faccia davvero chiarezza e al più presto. Ma perché questa fuga di notizie proprio ora, quando ancora tutto è da dimostrare, quando già sull'Italia sta pendendo la scure per l'immondizia, la mozzarella, la mafia, i politici corrotti, ecc. ecc.? Non sono assolutamente per tenere nascosti i fatti, ma oggi i fatti si gonfiano molto prima di diventare tali, oggi si gode a vedere qualcuno sotto inchiesta, senza tenere conto del fatto che è molto difficile con questa overdose di allarmismo non provocare conseguenze catastrofiche su tutto il comparto. Sta già avvenendo con la mozzarella. Si perché se ci sono delle aziende coninvolte, tutte le altre, quelle che lavorano onestamente rispettando i disciplinari, come possono difendersi? Possibile che a causa di pochi debbano andare a rotoli interi settori? La paura della diossina nelle mozzarelle...va bene, è comprensibile, ma come mai nessuno si preoccupa delle grandi quantità di mercurio che si trovano nel tonno, nel merluzzo, nel pesce spada?
Tornando al Brunello, è giusto che chi sbaglia paghi, sempre che verrà confermata la frode, è giusto che si controllino i vini in cantina e le piante in vigna, ma perché si è voluto istituire la Doc Sant'Antimo, che prevede vigneti anche in "parte del territorio amministrativo del comune di Montalcino"? La Doc Sant'Antimo consente di produrre vini rossi ottenuti con le uve raccomandate e/o autorizzate nella provincia di Siena, fra cui cabernet sauvignon e franc, merlot, pinot nero, syrah, gamay, montepulciano e...sangiovese. L'obiettivo per cui è nata è stato principalmente quello di poter permettere ai tanti supertuscan Igt di essere "promossi" a Doc, ma quei vigneti confinanti...siamo seri!
E perché si è assegnato il compito in tutto e per tutto di effettuare i controlli in vigna e in cantina da parte dei consorzi vitivinicoli, che sono composti in buona parte dai produttori stessi, da agronomi ed enologi che esercitano la professione in alcune delle aziende che andrebbero controllate?. Bisogna scegliere, se si vuole davvero fare le cose bene ed essere credibili, chi effettua i controlli deve essere super partes. Riflettiamoci, comunque vada a finire questa spiacevole storia. Lo dobbiamo a tutti quei produttori che da sempre hanno lavorato onestamente e contribuito a rendere grande il Brunello di Montalcino, che non meritano di vedersi chiudere le porte da parte di un mercato che non fa differenze.
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Tuesday 25 March 2008
La maglia dei controlli si stringe su Montalcino

Dopo che dall'indagine iniziata nel 2005 è stata di recente avviata un'inchiesta per stabilire se la nota azienda toscana Marchesi de' Frescobaldi ha commesso "frode in commercio e falso in atto pubblico", insieme a 6 fornitori di uve pugliesi e campani (notizia riportata il 6 marzo dal Corriere Fiorentino), argomento di cui ha parlato dettagliatamente il sempre attento Franco Ziliani nel suo blog Vino al vino, ora la maglia dei controlli sembra stringersi sull'intero comparto vitivinicolo ilcinese.
Dai primi accertamenti effettuati dai NAS tra vigneti e cantine, sembrerebbe che in un numero ragguardevole di casi siano stati trovati vitigni non autorizzati alla produzione del Brunello e del Rosso di Montalcino. Ovviamente le notizie arrivano confuse e mai confermate, pertanto, ad oggi, non ci sono certezze né su chi né su quale frode è stata commessa con precisione. Quello che è certo è che la tanto decantata tracciabilità del Brunello di Montalcino, verificabile dai codici scritti sulle fascette docg, garantisce solo il proprietario, la partita di provenienza, l'annata, il titolo alcolometrico, l'acidità e l'estratto secco, ma non fornisce alcuna garanzia sulle uve con cui il vino è stato prodotto! Ora, visto che il Brunello di Montalcino è uno dei più famosi vini al mondo e visto che non costa proprio pochi spiccioli, sarebbe auspicabile che certi controlli e certe spiacevoli "scoperte" le facesse direttamente il Consorzio, provvedendo a punire coloro che frodano. Andrebbe sicuramente a favore dell'immagine del Brunello e di tutti quei produttori onesti che da sempre hanno reso gloria a questa importante tipologia di vino toscano e che non meritano di pagare per la disonestà di altri. Attenzione quindi a generalizzare, ma basta chiudere gli occhi, è ora che chi si occupa di diffondere la cultura del vino italiano, se ne ha le capacità tecniche e la coscienza intellettuale non faccia più finta di niente, dichiari espressamente i suoi dubbi e le sue convinzioni. Il vino italiano, e il Brunello di Montalcino in particolare, può solo giovarsene.
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Tuesday 26 February 2008
Mondo del vino: un pretesto per una riflessione a 360°

Lo scandalo del metanolo del 1986 ha fatto da stimolo per la rivincita del vino italiano. Almeno questo è quanto si dice. Ma guardando la situazione attuale, di quale rivincita stiamo parlando? Certo sono passati 22 anni, che non sono pochi, le nuove generazioni che oggi si accostano all'enoico baluardo, magari non ne sanno nulla o non si pongono neanche il problema, né si domandano se tutto quello che producono deve corrispondere a quel minimo dichiarato in etichetta. D'altronde non lo fanno neanche i produttori di bevande industriali o di cibi confezionati, di oli, di frutta e verdura, sulle quali a malapena c'è l'obbligo di dichiarare la provenienza (lo Stato, ovviamente, non la località precisa né se e quali prodotti siano stati utilizzati per concimare e per combattere le malattie, quale nutrimento adottato per gli animali ecc.). E anche fra i cosiddetti consumatori, molti fanno gli alternativi, poi ammettono che ogni tanto vanno da McDonald's. Anche Giulio Gambelli, per gli amici "bicchierino", indiscusso esperto di sangiovese dal naso infallibile, oggi ottantatreenne (ma lui dichiara con la sua consueta simpatia di averne trentotto), che è sempre stato astemio (e allora? Che c'è di strano? E' il naso che conta!), non ha problemi a pranzare con la coca-cola. Segno, quindi, che ognuno ha il proprio gusto e la propria sensibilità.
Ma non è di questo che voglio parlare, guai a pretendere di orientare forzatamente il gusto di ciascuno verso una qualità e soprattutto una sanità maggiore degli alimenti. Dio, o la natura se preferite, ci ha donato cinque sensi, un cervello, un corpo. Allora non c'erano le Clarks e i calzini, si andava a piedi nudi, rigorosamente, e la terra la sentivi direttamente. Non c'era asfalto né tartan né cacche di cani, ma solo terra, roccia e acqua. E i piedi sentivano tutto, il freddo, il caldo, la morbidezza, la durezza, e trasmettevano le sensazioni al resto del corpo. Impossibile ingannarli. Oggi abbiamo a disposizione delle comode scarpe (solo per gli uomini, poiché le donne preferiscono soffrire anche con quelle), che ci tengono ad alcuni centimetri dal suolo, evitando il contatto con la realtà, oggi indubbiamente meno piacevole, visto che la terra e l'erba te le devi andare a cercare. Cosa c'entra tutto questo con il vino? C'entra moltissimo. Perché quel contatto che abbiamo perso si è diffuso ovunque, tanto da indurci a credere che il denaro possa sostituirsi alle emozioni, tanto da farci dimenticare che non sarebbe male porsi la domanda "perché esisto? Qual è il mio scopo?". Una domanda che in epoca lontana generava grandi filosofi, oggi appare lontana, stupida, una pura perdita di tempo. Sono altre le priorità.
Eppure, quando mi allontano dal caos, e magari incontro una persona che scopro lontana dalle folle, dai gossip, dalle auto da corsa, dagli abiti griffati, dai grandi fratelli, dal denaro fine a se stesso, da vanagloriose smanie di potere, e la vedo immersa nella sua vigna, dove spesso cammina a piedi nudi, usa le sue mani callose per lavorarla, ne conosce tutti gli aspetti, capisce quando una pianta soffre o ha bisogno di cure, tutto questo solo per amore, amore e gratitudine per ciò che la terra le dona, come premio per la sua fatica, il suo impegno quotidiano, quel vino che piacerà soprattutto a lei e che lei rispetterà sempre come la massima espressione di quel piccolo pezzo di terra dove vive, allora capisco che quella domanda è necessario, imperativo, porsela, perché siamo in troppi ad aver perso la bussola.
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Monday 17 December 2007
Anche Valentino Migliorini se n'è andato

Ho saputo la notizia venerdì scorso, ma non ho avuto la possibilità fino ad ora di scriverne e me ne dispiaccio enormemente, poiché ho passato due giorni fuori casa senza il portatile. Valentino Migliorini, grande produttore di Langa proprietario del Podere Rocche dei Manzoni a Monforte d'Alba ci ha lasciato. Ricordo quando ci scrivemmo a proposito del suo Barolo Vigna Cappella di S.Stefano 1995, che mi aveva particolarmente colpito per come era riuscito a integrare perfettamente il piccolo legno nella eccellente materia prima, pur trattandosi di un'annata non indimenticabile. Valentino non ha mai nascosto le sue preferenze per i Barolo moderni, affinati in barrique, che per quanto non si avvicinino molto ai miei gusti, ho sempre riconosciuto essere di grande stoffa. La sua scomparsa lascia indubbiamente un grande vuoto, persone come lui, Bartolo Mascarello, Giovanni Conterno, rappresentano la memoria storica di questa terra che è il simbolo della grandezza del nebbiolo.

Dei tre cru di Barolo di sua produzione, ho sempre preferito il Vigna Cappella di S.Stefano e in seconda battuta in Vigna d'La Roul. Sabato ero a pranzo a La Forma dell'Acqua, un ristorante di recente apertura gestito dall'ottimo chef Marco Goldin Panigada (di cui vi ho presentato alcune ricette in passato). Mentre apprezzavo le gustose portate che aveva preparato, abbiamo aperto un Dolcetto d'Alba La Matinera 2006, con il quale abbiamo onorato (Marco e sua mamma lo conoscevano molto bene) Valentino Migliorini. Sono certo che i suoi vini continueranno a portare dentro un pezzo di Valentino, della sua passione di vignaiolo, dell'amore per le terre monfortine. E noi continueremo a berne ricordandoci sempre di lui.
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