Esalazioni Etiliche


Monday 23 June 2008


Lontano dal web, un piacere ritrovato! Mare, buona compagnia e ottimi ristoranti

Dai, cosa ne dite di fare qualche giorno di pausa in Abruzzo? Abbiamo un appartamento a Silvi Marina, il mare non è un capolavoro, ma si sta bene e non c'è molto casino. Portiamo qualche boccia di vino bbono così lo degustiamo insieme, che ve ne pare?
Ah, ti avviso che lì non c'è telefono, per cui al massimo possiamo usare la connect card per la posta, perché è un po' lenta e credo che caricare articoli e immagini sarebbe oneroso
.
Ma sai che ti dico? Chissenefrega! Non si può essere schiavi del web, al diavolo anche la posta, non ne voglio sapere nulla.
Ok, ci vediamo a Silvi per pranzo.

Cari miei, detto sinceramente, non mi siete mancati neanche un po'. Sarà che con Ale e Jvonne io e Laura ci siamo trovati benissimo, in totale sintonia, sarà che Laura era in piena verve comica e ci ha fatto sbellicare dal ridere in più occasioni con le sue imitazioni dialettali, sarà che potevamo prenderci in giro a vicenda senza mai sentirci offesi, è stata una breve ma davvero piacevole vacanza.
Certo ai "vizi" non abbiamo rinunciato e ci siamo concessi due ristoranti di ottimo livello e vini rimarchevoli come il sempre straordinario Trebbiano d'Abruzzo di Valentini, il gemello di Emidio Pepe e a casa nientemeno che un Barolo Riserva 1996 di Borgogno da far tremare le pareti della casa.

Il primo ristorante lo abbiamo affrontato a cena, si tratta de La Conchiglia d'Oro, situato a Pineto, poco più a nord di Silvi. Aveva appena aperto dopo ben 21 giorni di chiusura forzata a causa dello sciopero dei trasportatori per via del gasolio sempre più caro.
Si perché, ogni mattina, Claudio e Antonio scelgono personalmente il miglior pesce fresco di giornata, esclusivamente dal pescato locale, niente surgelato. E' stata dura per loro rimanere chiusi ben tre settimane, e noi siamo stati fortunati, perché ne valeva davvero la pena.
Qui la cucina è a livelli alti, soprattutto per la qualità della materia prima, piatti preparati con una buona presentazione ma soprattutto con un grande equilibrio. Abbiamo mangiato ben quattro portate di antipasti crudi, fra cui ricordo dei gamberetti dolci strepitosi, un'ostrica che sapeva davvero di mare, succosa e saporitissima, tanto che abbiamo rinunciato al secondo per prenderci due primi divisi in quattro e poi i dessert. Il Trebbiano di Valentini era un 2001, ancora giovanissimo, di grande finezza, perfetto compagno delle portate a base di pesce, grazie anche alla sua straordinaria persistenza e freschezza.

L'altro ristorante, Beccaceci, si trova a Giulianova, sempre a nord di Silvi ma più verso l'interno. Qui abbiamo avuto un'impressione altrettanto positiva, confortata da una sequenza di portate, sempre a base di pesce, davvero notevoli, fra cui un eccellente San Pietro al radicchio e Sauternes. Abbiamo aperto il Trebbiano 2005 di Pepe, meno voluminoso e complesso, ma di grande piacevolezza, giocato su leggere sfumature riduttive e con una bella ricchezza di frutto, grazie anche al fatto che non viene filtrato.

E poi mare, sole, camminate sulla riva, passeggiate e soprattutto un'atmosfera ideale, come se ci conoscessimo da sempre, un'esperienza che ci voleva e che, come sempre accade quando si sta bene, è durata meno di un battito d'ali...

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Wednesday 30 January 2008


Identità Golose 2008 - Quarta (ed ultima) giornata

Il mattatore dell’ultima e conclusiva giornata di Identità Golose è stato Heston Blumenthal (The Fat Duck a Bray-on-Thames): un finale pirotecnico il suo, un vero e proprio spettacolo, con colpi di scena, risate, esotismo, massime filosofiche e quant’altro è in grado di metter sul piatto questo comunicatore nato, oltre che cuoco molecolare, che non faticheremmo a vedere nei panni di un venditore di fotocopiatrici. La sua storia (comprese le fotocopiatrici) è ben descritta qui da Alessandra Meldolesi, la performance di oggi ben stampata davanti ai nostri occhi: tra filmati girati dalla BBC stoppati sapientemente tra una spiegazione e l’altra, dimostrazioni dal vivo direttamente sul palco (con un pentola colma di azoto liquido che lo faceva sembrare il mago Merlino davanti ad un pentolone mentre compone la sua pozione magica), colpi ad effetto (vedi la foto con le rose fumanti che emanano profumo di tabacco, cuoio, camino e pipa) e buste da tirar fuori dalle sedie sulle quali eravamo seduti (con all’interno un’ostia di mirra ed una pellicola di incenso), noia e sbadigli, in sala, certo non si son visti. “Mangiare è un’esperienza multisensoriale, non è solo il cibo che hai nel piatto”. Più siamo sereni ed a nostro agio, più i nostri sensi funzionano meglio, perché “Il contesto è fondamentale”. Il contesto: così come un vino bevuto sul luogo di produzione può avere un gusto e suscitare emozioni poi irripetibili quando le ripetiamo a casa nostra, così assaggiare un’ostrica con alle orecchie un Ipod nascosto dentro una conchiglia che emana i rumori dei gabbiani rende maggiormente percepibili le sensazioni salmastre e salate del mollusco, rispetto, per esempio, ai rumori di un pollaio. E lo chef-mago inglese sciorina tanto di slides a supporto con grafici che dimostrano la bontà delle sue teorie, sperimentate direttamente nel suo ristorante. Che dire? Davanti alla telecamera sembra ci stia a pennello, sicché, più che i piatti presentati, anche io mi ricorderò soprattutto del contesto, delle immagini dei suoi viaggi in Oman o in Siberia alla ricerca dei primordiali oro, incenso e mirra, piuttosto che del latte di renna, ingredienti fondamentali di una cena di Natale girata per la televisione inglese. Più che un cuoco, un mago, che trasforma le sue idee in piatti.

 

Non era il solo inglese presente sul palco, anche perché uno dei temi della giornata, oltre alla creatività, era appunto “La gran Bretagna in cucina”: ma più che le allergie di Shane Osborn (Pied-a-Terre a Londra) che nel 2002 scopre di essere allergico al pesce, ai molluschi ed anche un po’ alla farina e, nonostante questo, continua a preparare cappesante in molteplici modi, con l’aiuto dei suoi ricordi e del suo staff, piuttosto che delle  preparazioni a base di germogli di aglio selvatico di Paul Cunningham del The Paul a Copenhagen (“Io non faccio cucina tecnologica come Blumenthal. Io mi sento più un semplice cuoco che cuoce patate”), mi ricorderò dello chef brasiliano Alex Atala, del D.O.M. a San Paolo, che dopo tanta esperienza girando l’Europa e l’Italia, decide di provare a fare cucina d’autore nella sua terra natia, in Brasile, valorizzando ciò che la foresta amazzonica gli mette a disposizione, pur non dimenticando la cucina di casa nostra: un sorbetto di jabuticaba con wasabi piuttosto con un consommè di funghi (non brasiliani, lì, di commestibili, per adesso, parrebbe che non ne abbiano ancora trovati) con profumo di erbe dell’orto e della foresta ci riportano ad una cucina esotica, ma molto riconoscibile ed un anche po’, ammettiamolo, rincuorante, ma non per questo non creativa o poco pensata. Si, perché, questi cuochi, più che dalla scuola alberghiera, sembrano a volte usciti da una facoltà di filosofia. Se il primo giorno Gualtiero Marchesi era partito con una citazione di Martin Heidegger, questa volta si scomoda l’antropologo per antonomasia, l’autore del capolavoro “Il Pensiero Selvaggio”: Claude Lèvi-Strauss. Atala riprende le teorie espresse nel saggio “Il crudo e il cotto”, là dove il filosofo belga, alla luce dei suoi viaggi nella foresta amazzonica per studiare i miti fondanti degli indios, concepisce il passaggio dall’uomo naturale all’uomo culturale nel momento di possesso del fuoco, superando così la realtà cruda imposta dalla natura. Integrando queste nozioni, ottiene una sorta di griglia all’interno della quale muoversi per concepire le sue ricette, dove alle coordinate del cotto, del crudo e del marcio, concepite dal filosofo, aggiunge anche quella del tostato (cioè dell’amaro).

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Tuesday 29 January 2008


Identità Golose 2008 - Terza giornata

Sergio Falaschi (Macelleria Falaschi a San Miniato - Pisa), Fabrizio Nonis (La bottega della carne a Cinto Caomaggiore - Venezia) ed il duo Mauro Brun e Bruno Rebuffi (Macelleria Annunciata - Milano): stamattina ci siamo lasciati condurre da questa squadra di macellai nel mondo della carne, dei suoi tagli ed anche delle sue problematiche. E si perché dopo la BSE o malattia della Mucca Pazza, un po’ come lo è stato il metanolo nel 1986 per il mondo del vino, nulla è stato più come prima, almeno si spera. Un settore che sente la crisi dovuta dalla massiccia offerta della GDO (Grande Distribuzione Organizzata) può sopravvivere solo con poche, ma semplici armi: il servizio, la competenza e la grande qualità delle carni selezionate, cioè, la maestria e volontà del macellaio di andare a scovare l’allevamento giusto, piccolo, condotto con criterio. I personaggi sopra citati sembrano esserci riusciti, ognuno con le proprie scelte: Falaschi con la fiorentina, Nonis con la “pezzata rossa”, il duo milanese con al razza fassone piemontese.  Tra consigli su come e quando salare la bistecca, su come fare un brasato con il cappello di prete o su quali tagli scegliere per realizzare un grande bollito (testina, lingua, biancostato, cappello del prete, geretto, gallina e cotechino) tutti hanno rivolto più di un appello a noi consumatori carnivori: mangiate meno carne! Ovvero, compratene poca, ma buona, che non si restringa sulla piastra oppure rilasci acqua. L’altro appello è stato: non solo filetto (o controfiletto)! A parte il fatto che il taglio non è in sé sinonimo di garanzia, esiste anche una parte anteriore del vitello (vitellone o bue) e non solo posteriore, che sa regalare grandi soddisfazioni, specie se l’animale è sano, non viene imbottito di antibiotici e anabolizzanti, mangia erba bella profumata e conduce una vita serena e spensierata. “Oggi nessuno conosce più le parti dell’animale e non chiede mai da dove vengono, come si alimentano, come li macelliamo e frolliamo” dice Mauro Brun: insomma, in media, siamo ingnoranti (anche) in fatto di carni e se lo dicono loro che ogni giorno vendono al consumatore finale, c’è da crederci.

 

Nel pomeriggio era di scena l’Abruzzo, come regione ospite: una nutrita rappresentanza (Peppino ed Angela Tinari, Niko Romito, Marcello Spadone, Fabio Baldassarre e Fabrizio Camplone) ha occupato la sala delle grida, introdotta da Hainz Beck (La Pergola del Cavalieri Hilton a Roma), che da amante della regione e che da tempo collabora anche con un ristorante locale (Café Les Paillottes di Pescara) ha rivisitato la tradizione abruzzese con un sandwich di calamari e cips di tapioca ed frutto misto di scampi e calamari, frullati, impanati nei semi di quinta ed amaranto e serviti su coni di peperone commestibili.

Io non ho voglia che il mio cliente si sieda e si lanci in congetture sui retrogusti o su come abbia fatto a preparare un determinato piatto. Voglia che mi dica che gli piace, stop”. Niko Romito è un giovane chef che da Roma, per problemi famigliari, si ritrasferì nel suo paese di origine (lasciando gli studi): Rivisondoli, 500 anime a 1400 metri di altezza. E’ riuscito ad ottenere una stella michelin, ma al di là di questo, sfoggia un piglio ed una determinazione ammirevoli. Odia l’ostentazione e l’enfatizzazione sulla grande fatica che c’è dietro il lavoro di un cuoco: “Ovvio che c’è, altrimenti non lavorerei 18 ore al giorno in cucina per 20 coperti.” Prima apprezzare (o meno) le sue preparazioni, poi, se qualcuno vuole indagare sul come ed il perché abbia creato una ricetta, è lui il primo a sentirsi gratificato ed a condurre l’ospite in cucina.

 

A domani, con la quarta ed ultima giornata

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Monday 28 January 2008


Identità Golose 2008 - Seconda giornata

Se la pizza fosse considerata da tutti, da chi la consuma e da chi la fa, non solo una delle più semplici  e rappresentative specialità italiane, ma anche un grande piatto, dal quale esigere qualità delle materie prime e tecnica di esecuzione precisa e sopraffina, come da una composizione di Marchesi o Bottura, forse…forse non dovremmo più, nella maggior parte dei casi, tornare a casa, dopo aver divorato una fumante margherita o una classica tonno e cipolle, ed accusare problemi di digestione ed un’arsura cosi potente da costringerci a dormire con la bottiglia dell’acqua sul comodino, pensando che, probabilmente, siamo improvvisamente diventati intolleranti, se non addirittura ciliaci. A cercare di sovvertire questo stato di cose, ci pensa, da un po’ di tempo, un certo Simone Padoan, pizzaiolo, anzi, chef, anzi, “ristoratore della pizza”, come dice di sè, a Verona presso i Tigli a San Bonifacio. Come? Farina di qualità, lievito madre, acqua, 10 ore di lievitazione a 22°C, un altro impasto ed una successiva lievitazione di altre 4 ore e poi ancora per una terza volta. Sostenitore della convivialità a tavola  e quindi anche del fatto che “la pizza va mangiata rigorosamente con le mani”, nel suo ristorante, quando si riesce a prenotare, sono pochi i coperti, si percorre un itinerario diverso dalla pizzeria alla quale siamo solitamente abituatati: niente ordinazione all’interno di un lista enciclopedica, ma 22 pizze, tra le quali spiccano anche quelle che ha espressamente preparato questo pomeriggio ed offerto alla platea: classica, con pomodoro e mozzarella di bufala, tonno (siciliano) e cipolle (di tropea) ed infine con baccalà, patata dolce, pomodoro confit, erba cipollina e olio di nocciola.

 

Il pane è stato il protagonista dell’intera giornata nella cosiddetta “sala blu”, dove ogni giorno si svolgono delle lezioni più dirette, specifiche, se vogliamo meno spettacolari rispetto alla principale “sala delle grida”, ma forse anche più coinvolgenti e senza quel senso di soggezione che invece si ha davanti ai guru stellati del piano di sopra: fioccano le domande dal pubblico, di ogni tipo, da quelle più tecniche a quelle più personali e così è stato per altri due maestri del lievito, della farina e del sale: Andrea Menichetti del ristorante Caino a Montemerano (Grosseto), accompagnato da un giovane collaboratore, Alessio Biagi, che di fatto a tenuto la lezione, dalla preparazione eniclopedica  ed una passione coinvolgente. Qui l’arte della panificazione diventa la vera protagonista, anche a tavola, dove il piatto del pane viene posto centralmente attraverso un percorso sganciato dal cibo: farina di malto, miele di acacia, rosmarino, olio, pancetta, piuttosto che il cotechino con le lenticchie nel periodo natalizio, si uniscono per dar vita a pani di pezzature e forme diverse.

 

Tomaz Kavcic, sloveno (Gostisce Pri Lojzetu a Dvorec Zemono): inizia con timidezza, causa una lingua (l’italiano) che, comunque, parla più che discretamente, finisce come un fiume in piena: video, battute ed il coup de théâtre finale, quando consegna ai presenti una sciarpa in pile ripiena di sale aromatizzato, caldo, da indossare ben avvolta al collo, come se fossimo alle terme, per farci assaporare, rilassati e tranquilli, del gelato e prima ancora la sua creazione: un grissino cosparso di sale di prosciutto e ripieno di crema al vino terrano.

 

Al mattino Moreno Cedroni (La Madonnina del Pescatore a Senigallia), Massimo Bottura (La Francescana a Modena) e Nicola e Pierluigi Portinari (La Peca a Lonigo, Vicenza): il filo conduttore delle ricette presentate da tutti questi cuochi è stata: da dove nascono le ricette? Ognuno ha un suo percorso, che non necessariamente deve essere cervellotico o intellettualistico. Per Cedroni, per esempio, il ricordo delle serate, magari dopo la discoteca, passate con gli amici e finite con dei rigatoni all’arrabbiata genera una rivisitazione della stessa con stufato di melanzane, alici, parmigiano; un meraviglioso paesaggio come quello di Portonovo una composizione con moscioli (cozze del Conero) cannelli, seppie e calamari; un’espressione giovanile come “che figata!” un dolce a base di fichi, gelato allo sherry e granita di sake che faccia esclamare la stessa cosa. Bottura, per la prima ricetta, si ispira ad un amico ciliaco, che vorrebbe riassaporare il gusto delle crescentine e così dall’unione di una polvere di reggiano 40 mesi, olio essenziale al rosmarino, olio di oliva, polvere di carboidrati estratta dalla farina tapioca riesce a soddisfare il desiderio dell’amico; i ricordi della faraona arrosto, soprattutto di una assaporata nel ristorante di Peppino Cantarelli, genera l’idea riproporla, ma scomposta, da una parte il petto, dall’altra la coscia spruzzate con dell’acqua di faraona ottenuta attraverso un particolare marchingenio che consente, in pratica, la distillazione delle ossa del volatile. Infine i fratelli Portinari, che l’uno, sommelier e pasticcere il secondo, che rivisitano piatti della loro infanzia: il riso e latte, ma soprattutto la polenta e scopeton.

 

Si è parlato, tra le righe, anche di tecnicismo e questa volta è stato chiamato in causa Bottura: quando si inizia con il tecnicismo in cucina? C’è un’età particolare nel percorso di un cuoco? Per lo chef modenese la tecnologia è indispensabile, ma non c’è un’età precisa. Si definisce un avanguardista, che “deve conoscere tutto per poi dimenticare tutto”. Insomma, la memoria storica è fondamentale, così come le materie prima, altrimenti, la tecnica è fine a sé stessa e senza alcun senso.

 

A domani!

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Sunday 27 January 2008


Identità Golose 2008 - Prima giornata

Ed anche la quarta edizione è partita: Milano, capitale di tante cose, anzi, forse solo di alcune, le solite (moda ed economia), per qualche giorno diventa, oramai da quattro anni, anche il punto di riferimento della cucina d’autore, attraverso un congresso che porta i cuochi su di un palco, li fa parlare, a volte anche emozionare, ognuno con le sue timidezze o esuberanze, per raccontarci qualcosa di loro, della loro cucina, ma soprattutto per far parlare i fornelli. La formula, oramai consolidata (un cuoco che parla nella sala delle grida ed alle sue spalle tre mega schermi che riprendono i suoi collaboratori mentre cucinano ed impiattano), si dimostra anche quest’anno, anche se in teoria sarebbe presto per dirlo, decisamente interessante, a tratti avvincente, anche nei suoi ovvi momenti di pausa.

 

In quest'ultima edizione, ideata ed orchestrata come ogni anno dal giornalista Paolo Marchi è stata aggiunta una giornata in più: la domenica. Ed in una fredda, ma non freddissima, mattinata di fine gennaio, con le strade semideserte, anche e soprattutto in centro (l’ecopass non c’entra, di domenica non serve, è solo la normalità di questa città popolata di weekendisti più che da cittadini), devo ammettere che ero curioso di vedere quanti appassionati ed operatori di settore si sarebbero riversati all’interno di  Palazzo Mezzanotte per assistere all’apertura dei lavori: tanti, o almeno, più di quanti avevo immaginato ed in fondo, forse, non era neanche tanto il caso di stupirsi. Perché?

Basta citare il nome del cuoco che ha aperto i lavori. E’ toccato, infatti, ad un monumento della cucina italiana, al decano, al maestro, ovvero, a Gualtiero Marchesi. E si partito subito volando alto, altissimo direi, con una citazione di quelle colte e pesanti, che scomoda nientepopodimeno che quello che molti considerano il più importante pensatore del secolo passato, Martin Heidegger. “L’arte è porre in opera la verità”, frase che lo chef dell’Albereta di Erbusco dedica al suo collaboratore Fabrizio Molteni., e che secondo Marchesi rappresenta la cifra del lavoro del cuoco o quanto meno il fine, il “tendere verso”, di un arte, come quella della cucina d’autore. Tra una preparazione e l’altra, Marchesi cita aneddoti, ripercorre brevemente la sua lunga storia, ma soprattutto quasi si diverte a trasmettere molti dei suoi pensieri, che rappresentano anche uno stile di vita, non solo in cucina. E così mentre la sua brigata prepara un rognone in salsa di foie gras con animelle e nocciole, afferma come la sua cucina non debba mai avere “tante cose nello stesso piatto, per far si che si esalti la centralità del prodotto”, sottolinei come “stagionalità, colori e contrasti” siano fondamentali nella sua composizione del menù per far si che ogni piatto esalti sia la portata precedente che quella successiva.

E mentre si compongono le immagini del secondo piatto, nero, diviso in cinque parti con altrettanti composizioni quasi fosse la tavolozza dei colori di un pittore, dove spiccano al centro degli spaghetti al caviale, giunge anche il suo famoso “niet” al vino, che però non vuole essere una negazione a quello che dovrebbe essere un grande accompagnatore della cucina, quanto probabilmente all’eccessiva enfasi che orami si dedica al nostro amato liquido, soprattutto, quando, secondo Marchesi, un piatto è praticamente perfetto in sé e non ha bisogno di essere distratto da nulla, neanche da un’ottima bottiglia di nettare liquido.

 

Ma non c’è stato solo Marchesi. La giornata era dedicata alla cucina lombarda ed ai suoi interpreti con un intruso, Ciccio Sultano del Duomo di Ragusa, che ha decisamente scaldato la platea non solo con la sua simpatia quasi fisica e la sua spontaneità, ma anche con quello che si chiama “parlare senza peli sulla lingua”, quando, senza alcun timore, ha sottolineato con decisione il suo rifiuto per la cucina dei laboratori: “Noi abbiamo troppa storia per sposare i laboratori e chiuderci dentro di essi. Voglio fare una cucina che si mangia per clienti che la mangiano”. Piatti poco cerebrali i suoi, dove, come afferma lui stesso, domina la parte inferiore del nostro corpo, quella sensuale. Sicuramente, dei tre piatti presentati, questa volta non in diretta ma attraverso dei video, quello dal titolo che più o meno recita: “ambiguità del polipo con la sensualità della burrata” ne è un esempio calzante.

 

Prima del siciliano stellato, tre autori doc di Milano e dintorni: Claudio Sadler, il manager dei fornelli, che ha sottolineato come un sistema Italia che valorizzi al meglio i prodotti italiani, all’estero, non esista, considerando le incredibili difficoltà che ha incontrato quando la sua attività ha varcato i confini del Bel Paese per giungere in quelli del Sol Levante. Dei canederli di baccalà e borraggine con dei filetti di palamito in movimento ed una rivisitazione della cassoeula con la faraona e la salsa di topinambur i piatti presentati. Con Andrea Berton, chef del ristorante Trussardi alla Scala, fresco della prima stella Michelin, il tecnicismo comincia a diventare protagonista: chips di riso e poi una rivisitazione della lasagna dove il ragout di carne entra dentro una siringa e si solidifica nell’azoto liquido formando delle piccole sfere che fanno da contorno a delle sottoli lamine di riso riempito con della salsa, sempre di riso, ed accompagnate con una salsa di brodo di manzo emulsionata con dell’olio di oliva. Il terzo milanese, anzi, dei dintorni di Milano, è Davide Oldani del D’O di Cornaredo: oramai un caso nazionale il suo ristorante, stracitato da giornali di settore e non quando bisogna fare un esempio di cucina d’autore (e stellata) a poco prezzo (11.50€ il menù a mezzogiorno), sempre che qualcuno riesca a prenotare (fino a luglio, è tutto esaurito). Tre tagli di trippa (il nido d’ape, la chiappa ed il foiolo) cucinati in tre modi diversi: con una salsa di vitello e limone, pressata ed arrostita in padella, all’interno di ravioli (senza uova nell’impasto) accompagnati da una salsa di fagioli risina e pomodori. Infine il suo dolce, il soufflè di tartufo bianco, anzi al profumo del nobile tubero: un vecchio dolce che Oldani preparava presso il vecchio ristorante Giannino (quello di via Sciesa, non l’attuale), riadattato e rivisitato alla luce della sua filosofia attuale, perché “per me il tartufo non è da mangiare, è solo profumo”.

 

Come prima giornata, di carne al fuoco ce n’è stata a sufficienza, e ci scusiamo se citiamo e basta gli altri tre cuochi che sono saliti sul palco centrale: Stefano Baiocco del Grand Hotel a Villa Feltrinelli di Gragnano (provincia di Brescia), Enrico Crippa del Piazza Duomo di Alba (Cuneo) ed Enrico Bartolini, toscano ventottenne che ha girato il mondo, trascorso tra anni da un certo Alajmo e poi è giunto a Montescano nell’Oltrepò Pavese con le sue Le Robinie.

 

A domani!

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