Esalazioni Etiliche


Tuesday 15 May 2007


Quando il corpo femminile fa capoccella, il vino piace di più?

Eravamo in quel di Alba, in occasione della nota manifestazione Alba Wines Exhibition, oltre 50 giornalisti immersi per quattro giorni in accanite degustazioni di Roero, Barbaresco e Barolo, trecento vini a base nebbiolo. Durante le "sedute" può accadere che qualcuno si alzi, magari per andare a svolgere una funzione del tutto naturale, oppure semplicemente perché ha bisogno di sgranchirsi le gambe.

La sala d'ingresso del Palazzo Mostre e Congressi, adiacente a quelle predisposte per la degustazione, esponeva su minimaliste tavolate in metallo e vetro tutte le bottiglie dei vini che andavamo a valutare. Un minuto drappello di maschietti, fra cui anche lo scrivente, girovagava fra le albeise osservando etichette vecchie e nuove quando, d'improvviso un sobbalzo...su una bottiglia c'era al posto della normale etichetta con il nome del vino e dell'azienda produttrice, il ritratto, anzi la fotografia, di una gentile e prosperosa donzella totalmente ignuda e vista da tergo...

Inutile dire che alla vista di quelle rotondità in primo piano, proprio al centro dell'immagine, qualche commento è inevitabilmente partito, in tutta libertà visto che si era tra uomini. Inevitabile la curiosità di sapere chi fosse il produttore (qualcuno si è chiesto speranzoso se non fosse "la produttrice", pronto a richiedere all'organizzazione di poter fare una visita in cantina...). Girata la bottiglia ecco svelato l'arcano: trattasi della nota azienda di Pier Paolo Monti, con sede a Monforte d'Alba e nientemeno che del Barolo!

Ora, trattandosi di un'opera del noto fotografo norvegese Tom Sandberg, grande maestro della tecnica della fotoincisione, certamente l'immagine è riuscita a colpire i sensi dell'osservatore, mettendo in quel momento in secondo piano il contenuto di quella bottiglia, appunto le roi Barolo.

Con tono scherzoso e goliardico, un collega ha supposto che quel vino in degustazione avrebbe fatto faville, spiazzato gli avversari, lasciato un segno indelebile nella memoria dei presenti. DOVEVA essere per forza buono!

Come sempre la degustazione è avvenuta a bottiglie coperte, quindi, quel fantastico "mandolino" non poteva minimamente condizionare il nostro giudizio. E così è stato. Quando a fine mattinata siamo andati a ritirare i fogli contenenti i nomi di vini e aziende, io e i colleghi con i quali avevo precedentemente condiviso la sublime esperienza, abbiamo appurato che quel vino NON ci aveva dato le stesse emozioni.

Peccato, ecco un esempio di quanto scomodare un artista per esporre tanta grazia, fra l'altro mettendo in secondo piano i dati del prodotto finiti in retroetichetta, possa produrre l'effetto contrario a quanto promesso, un senso di delusione e la malinconica consapevolezza che tanta beltade faccia parte di un'altra realtà, molto molto lontana.

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Sunday 6 May 2007


Il Bianco di Custoza a Saltexpò 2007

 

Sarà ultimamente un inconsapevole voglia di autolesionismo a farmi buttare via i miei soldi inutilmente. Mi spiego. Non perchè la degustazione non sia stata interessante, anche se molto meno del previsto, ma perché ho avuto l’impressione di essere stato l’unico, o uno dei pochissimi, ad aver sborsato i 25 €uro quando ho potuto constatare che quasi tutti gli altri non aveva pagato nulla. Erano quasi tutti reduci dalla precedente degustazione di cioccolata nella sala adiacente: molti di loro erano stati incuriositi dalla degustazione di vino altri sembravano addirittura letteralmente essere stati “raccattati” nel corridoio. Inoltre riflettendoci a posteriori è vero che la degustazione fosse organizzata dal Gambero Rosso che di certo non è una Onlus (senza fini di lucro) ma è anche vero che il Consorzio del Bianco di Custoza avrebbe potuto fare da sponsor fino in fondo… Dal momento che la degustazione è stata ripetuta anche volte durante la stessa manifestazione è probabile, ripeto, che mi sia solo impressionato. Il titolo era intrigante “I vini salati” ed, anche se i conti non mi tornavano, il fatto di non conoscere affatto il Bianco di Custoza era stato per me motivo da solo sufficiente per iscrivermi alla sessione di degustazione. In realtà il titolo ad effetto, come quasi subito si sono affrettati a chiarire sia il relatore del Gambero che il Presidente del Consorzio, voleva essere più che altro provocatorio sia perché i vini salati non esistono sia perché una sapidità, spiccata e minerale, del Bianco di Custoza, si presume almeno superiore alla media altrimenti non si capisce che senso avrebbe parlarne,  è ancora tutta da dimostrare ed era questo l’obiettivo vero, più o meno centrato non spetta solo a me dirlo, dalla degustazione. L’introduzione ha, comunque, destato anche altre tipi di perplessità: chiarito infatti il forte legame storico di cui ha da sempre goduto la denominazione con la città di Custoza, dove - come riconosciuto e ricordato simpaticamente dal Presidente del Consorzio stesso - gli italiani, in battaglia, le hanno, una volta per un motivo una volta per un altro, sempre sonoramente prese di santa ragione, si è passati ad analizzare la complessa ed articolata possibilità varietale offerta dal disciplinare. Ben 7, dico sette, uve diverse: Garganega, Trebbiano (detto localmente Castelli Romani), Tocai (detto localmente Trebbianello), Bianca Fernanda (alias Cortese), Malvasia, Riesling (italico), Pinot Bianco, Chardonnay. Mentre da un lato ci si affretta a precisare che sono, in fin dei conti, solo le prime quattro ad essere utilizzate dalla maggior parte dei produttori (cosa che verrà sistematicamente smentita da alcuni dei campioni presenti in degustazione) dall’altro si fa notare che un’ottava è in dirittura d’arrivo per essere approvata. Mentre si parla di un lavoro di zonazione scientificamente realizzato, una delle poche doc in Italia a potersene vantare, nessuno si preoccupa di approfondirne i contenuti o quanto meno distribuirne un breve resoconto per chi avesse voluto meglio sintonizzarsi sui vini. Non vorrei sembrare ipercritico perché ripeto alla fine mi interessava un primo approccio alla denominazione e l’ho avuto però mi aspettavo qualcosina in più. Veniamo ai vini. Il 2006 di Gorgo rispetta l’uvaggio considerato più classico con i primi quattro vitigni prima ricordati. Al naso si avvertono sentori di uva spina e frutta a polpa bianca, al palato è coerente, abbastanza fresco, nell’iniseme un po’ sottile e sfuggevole. Il 2006 di Monte del Frà ha una naso decisamente più interessante ed agrumato, al palato la nota sapida inizia ad essere presente anche se non così travolgente come vorrebbero farci credere. Il 2006 di Cavalchino è decisamente più rotondo anche se le note vegetali, al mio naso, non sembrano del tutto sopite. Il Val dei Molini della Cantina di Custoza chiude la serie di campioni dal millesimo 2006 lasciando intendere la presenza da un lato di chardonnay che rischia di banalizzarlo dall’altro di riesling che, seppur italico, di contro  lo  impreziosice regalando un primo barlume di vera mineralità. Quest’ultimo dei 2006 mi è parso il più in forma in una prima tornata in cui più che la verticalità dei vini emerge una poco convincente tenuta nel bicchiere. Il Vigneto Cà del Magro 2005 è un cru dell’azienda Monte del Frà e dimostra di avere un altro passo. Agrumi, ricordi di lieviti, frutta matura ed un profilo più austero e minerale sottolineano una prova decisamente più interessante. Il Superiore 2004 di Villa Medici purtoppo è “andato”, nel senso che è oltremodo evoluto,  non tanto al naso, secondo me dove pure dimostra almeno dieci anni in più di quelli effettivi, ma sicuramente al palato dove ha perso completamente nerbo e tensione. Quello che mi ha colpito e mi ha lasciato perplesso è che il degustatore bravo, molto preparato e competente (tutto questo detto perché veramente lo penso e non ironicamente sia ben chiaro) definiva il naso di questo bianco problematico quando in realtà si poteva cogliere una nitida, netta, nota di tartufo bianco (non perché lo dica io ma perché in sala mi sembravano averla ben identificata anche altri) sicuramente monocorde, stancante, tutto quello che si vuole ma che mai definirei “problematica”. E se proprio non riconosci il tartufo, chiamalo metano e se non riconosci neanche questo dici semplicemente “una nota che in questo momento non riesco a cogliere o individuare con esattezza”. Fai più bella figura che dire “problematico”, sempre a mio personalissimo avviso. Un po’ di umiltà e un po’ di modestia in più, talvolta,  non ci farebbero male a tutti noi comunicatori del vino.  Meditiamo gente, meditiamo.

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Monday 2 April 2007


Tornando dal Vinitaly

Che strano...ogni anno, con una cadenza perfetta, non importa se la data si sposta un po' più avanti o un po' più indietro, né è rilevante che tempo faccia prima o dopo, al Vinitaly piove. Non c'è niente da fare, almeno un giorno deve piovere, quasi come se qualcuno sentisse l'esigenza di "dare una ripulita" a tutto questo alcool che si concentra nei recipienti e negli stomaci di decine di migliaia di persone. Un fiume biancorosso che non sembra volersi arrestare, anche in tempi magri e difficili, precari, nebulosi. Quando entri in fiera, già alle 9 del mattino hai l'impressione di un meccanismo automatizzato, tutti in movimento, da un padiglione all'altro, lungo le strade che li circondano furgoni ed automezzi di vario genere si districano fra i numerosi passanti, molti dei quali costantemente attaccati al telefonino. C'è un'atmosfera operosa e confusionaria, l'impressione che se ci si ferma si può perdere un'occasione, un affare, magari irripetibile, come una schedina non giocata proprio il giorno in cui escono i numeri giusti.

Molti si danno da fare e investono ingenti somme di denaro per dare vita a padiglioni tappezzati di gigantografie di vigneti e grappoli d'uva, magari con l'aggiunta di qualche frase ad effetto, così, per far vedere quanto sia "bello e naturale" il mondo del vino. Fra i vari stand si possono incontrare aitanti pulzelle semisvestite, a imitazione delle manifestazioni dedicate ai motori, il cui scopo, dicono, dovrebbe essere quello di stimolare le persone (di sesso maschile, ovviamente) a soffermarsi davanti a questo o quell'espositore, a perdersi fra fantasie erotiche ed esalazioni etiliche (ops, una involontaria autocelebrazione)...

Intanto, non notata da alcuno, passa una donna di colore, di probabile origine africana, con una scopa in mano e un'espressione fra il malinconico e il disperato, i suoi occhi non hanno guizzi vitali, né alcuna illusione di future rivincite. Il suo destino sembra già determinato. Si aggira come un automa alla ricerca di vetri rotti e depliant accartocciati. Questo è il suo compito, raccattare gli scarti della festa, quella degli altri ovviamente.

Qui si fanno affari, il vino è business, punto. Gli slogan che inneggiano alla natura, alle cose semplici e sane, fanno parte di un mondo estremamente lontano, e proprio per questo è necessario evidenziarli. Certo il Vinitaly non è solo questo, né chi lo organizza è responsabile dei contenuti, che spettano ad altri. Esporre la merce, competere con il produttore accanto pagando per uno stand più attraente e spazioso, che simboleggi anche un'ottima salute aziendale, che renda più credibile e desiderabile ciò che è contenuto in quelle bottiglie.

E c'è chi ha davvero investito credendoci, perché dopo anni di fatiche in cui la vigna non ti ripaga perché non è ancora generosa, bisogna pure piazzare tutte quelle casse di vino prodotte con impegno e amore, fatica e sudore. Non si può solo fare fantasie ed elucubrazioni sul fascino del vino, bisogna pure venderlo accidenti! Altrimenti l'anno prossimo tocca cambiare mestiere, e la cosa farebbe molto, molto male, perché magari il papà, il nonno, il bisnonno e tutti gli avi che per oltre cent'anni hanno dato l'anima e hanno creduto in quello che facevano...che fardello! Rimbocchiamoci le maniche, la lotta è dura e senza pietà, siamo tanti, sempre di più, pochi amici molti nemici, dicono che con qualche aiutino, magari una tantum, ma io vorrei farne a meno, però com'è difficile...

Guardi, noi non facciamo trattamenti. No, non dico che siamo biologici né biodinamici, ma evitiamo il più possibile di usare prodotti tossici sulle piante e i terreni, perché non è che si volatilizzano, finiscono nel vino! Certo questo comporta maggiori rischi, ma noi preferiamo così, selezioniamo di più, prendiamo le uve sane, in salute, e le mettiamo in cassette, a mano, faticosamente perché siamo in pochi. Non c'è spazio per mezzi meccanici, le piante crescono su terrazzamenti ciascuno dei quali è largo meno di due metri pianta compresa e il dislivello è notevole, capisce da solo che è un'impresa ardua e faticosa. Questo ci costringe poi a fare un prezzo certamente non competitivo, ma la produzione è molto limitata e non possiamo andare ogni anno in perdita, non siamo una grande azienda noi! Non abbiamo modo di recuperare con prodotti di serie b, c e d, questo è quanto. Bisognerebbe farlo capire alla gente! Noi facciamo questo vino perché ci crediamo, è la leva che ci spinge e ci fa sopportare i sacrifici, sappiamo bene che non diventeremo mai ricchi, ma non è questo il nostro obiettivo.

E già, c'è anche questa di realtà, ed è questa gente che mi spinge ancora oggi a scrivere di vino, ad emozionarmi quando colgo dei profumi che mi riportano alla terra, al sole, alla vita. Che importa se non vincono premi o non finiscono sulle guide, chi ama davvero il vino come espressione dell'amore che lega il vignaiolo alle sue radici e alla sua storia, li troverà e saprà apprezzarli.

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Thursday 22 March 2007


Vinitaly: a chi è indirizzato?

Tessere le lodi o fare critica sull'organizzazione e gli obiettivi del Vinitaly è un esercizio al quale ben o male tutti si prestano, sia come giornalisti che come diretti interessati, ovvero espositori. E' un terreno fertile, date le dimensioni della manifestazione e l'impatto che questa ha sugli scambi commerciali e la visibilità del vino italiano nel mondo. Ovviamente il prezzo di chi vuole uno spazio all'interno della fiera è notevole (sebbene, rapportato a quello del Merano International Wine Festival, appare tutto sommato contenuto), ma soprattutto non c'è spazio per tutti, con la conseguenza che chi non è supportato da consorzi o altre strutture si trova spesso tagliato fuori. Sono i piccoli produttori a farne principalmente le spese, non potendosi permettere di pagare cifre onerose per uno spazio spesso angusto e magari fuori dall'area della propria regione.

Ma come ho detto, la critica a certi aspetti del Vinitaly, che è sacrosanto fare, non è la ragione di questo mio post. Curiosando sui dati certificati dal noto organismo di controllo statistico tedesco F.K.M., al quale Veronafiere si appoggia, ho potuto rilevare una serie di informazioni interessanti su cui riflettere. Intanto diciamo che su una superficie di 84mila mq netti, nel 2006 sono stati ospitati oltre 4.200 espositori e i visitatori risultano oltre 144mila, di cui 33mila provenienti da 101 Paesi e oltre 2.400 giornalisti accreditati provenienti da 52 Paesi.

Ma andiamo ad analizzare il dettaglio dei visitatori provenienti dalla Comunità europea:
- Germania 38,29%
- Austria 9,47%
- Regno Unito 7,78%
- Francia 6,27%
- Belgio 5,53%
- Paesi Bassi 4,97%
- Danimarca 4,51%
- Svezia 2,96%
- Spagna 2,94%
- Repubblica Ceca 2,46%
- Polonia 2,46%
- Slovacchia 2,32%
- Slovenia 2,18%
- Ungheria 1,76%
- Finlandia 1,13%
- Lussemburgo 0,95%
- Grecia 0,92%
- Malta 0,69%
- Portogallo 0,60%
- Irlanda 0,60%
- Lituania 0,28%
- Cipro 0,21%
- Estonia 0,16%
- Lettonia 0,14%

La prima cosa che colpisce è che la distanza dal Vinitaly non è elemento discriminante, tant'è vero che l'Inghilterra si trova al terzo posto superando di oltre 1 punto e mezzo la Francia. Quello che invece mi ha colpito è la nona posizione di un Paese vinicolo come la Spagna, superata da paesi nordici quali Svezia e Danimarca. Così come mi ha colpito la scarsissima presenza di Portoghesi (0,60%), inferiore persino al Lussemburgo e a Malta. Curioso no?

E ancora più interessante è notare la forte differenza fra le tipologie di visitatori esteri e italiani:

La stragrande maggioranza dei visitatori esteri sono grossisti e importatori (63%) contro i 12% di italiani. Questo è il vero punto di forza, la molla che spinge i produttori italiani ad essere presenti al Vinitaly: i possibili contatti con gli agenti commerciali. Mentre vediamo che per quanto riguarda i sommelier e gli enotecnici, c'è un divario molto forte, a vantaggio degli italiani (16%) contro il solo 3% degli stranieri, ma questo si spiega con la presenza massiccia delle Associazioni (AIS e FISAR principalmente). Diversamente rappresentanti di enoteche/winebar sono più o meno equivalenti.

Quello che emerge da questi dati, ad esempio, è che la Fiera è indirizzata fondamentalmente agli scambi commerciali, mentre il visitatore comune è sempre più considerato elemento periferico, al quale offrire eventi alternativi. Tutto questo è imputabile più alla necessità da parte dei produttori di quagliare, portare a casa contratti o quantomeno prenotazioni, che ad una precisa volontà dell'organizzazione fieristica. Al Vinitaly il vino non è in vendita, pertanto distribuirlo in quantità enormi a visitatori occasionali non dà il giusto ritorno. Per far conoscere il proprio vino ai possibili consumatori, molte aziende preferiscono altre modalità e forme di partecipazione, come Cantine aperte o degustazioni presso enoteche e ristoranti, dove il vino può essere anche venduto direttamente. Tutto questo con buona pace di chi paga 35 euro per l'ingresso.

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Wednesday 17 January 2007


Volete passare un San Valentino indimenticabile? Ci pensa Moët & Chandon

Probabilmente è vero, il 14 febbraio, giorno di San Valentino, è uno dei più sfruttati dal punto di vista commerciale, se ne è parlato più volte anche qui, e per molti ha perso quel significato originario legato all'amore e alla gioia di condividere un momento romantico. E' un problema che si presenta in tutte le ricorrenze, dalla notte di San Silvestro, in cui si ha la sensazione di doversi divertire per forza, all'8 marzo, giorno in cui le donne, anche quelle che hanno un marito geloso e possessivo, dovrebbero sentirsi improvvisamente liberate, autonome, consapevoli...e scegliere fra una cena con le amiche e un locale con strip maschile! Certo, tutto questo è vero e accade ogni anno, a scadenze obbligate dal calendario. Ma è altrettanto vero che c'è chi si pone meno problemi e, magari, sa ancora divertirsi spassionatamente, trovando in quella ricorrenza un'occasione in più per abbandonarsi alla fantasia e al gioco. In fondo l'amore rimane l'unico vero elemento del quale non si può e non si deve fare a meno. Senza amore, quello vero in cui mettiamo in gioco le nostre emozioni, la vita sarebbe assai meno stimolante. E San Valentino non è un matrimonio, non ci impone di vivere quella giornata una sola volta nella vita, ma è un'occasione di rinnovato amore che ogni volta può essere diversa e quindi unica.

Certo c'è il problema del regalo, il rischio di fare qualcosa di scontato o banale, e a San Valentino tutto può apparire come déjà vu, da una semplice rosa ad un prezioso gioiello, ma è altrettanto sbagliato vedere tutto sotto questa forma, esiste sempre la scelta e il gusto personale, anche quando fra cuoricini ripieni di cioccolatini e coppie di pupazzi sempre con rigoroso cuoricino, magari con stampata una frase romantica trita e ritrita, si ha l'impressione di non avere alcuna possibilità di essere originali. Non è quindi strano che anche chi opera nel settore commerciale e pubblicitario debba lavorare con impegno ancora maggiore per creare qualcosa che possa suscitare l'interesse, che sia unico e quindi in qualche modo appetibile.

Un'idea interessante arriva dalla nota maison Moët & Chandon, produttrice di uno degli champagne più noti al mondo, che ha pensato di proporre una cena a lume di candela con un menu d'eccezione in uno dei 40 ristoranti italiani appositamente selezionati (e visionabili sul sito www.moethennessy.it), in abbinamento al Moët & Chandon Rosé Impérial (ma non è obbligatorio) e la possibilità di partecipare al concorso "Trova la tua stella vincente", che mette in palio un fine settimana alla scoperta di esclusivi itinerari a Londra, oppure ospiti in un magico castello ad Epernay, patria dello Champagne, o in una delle Spa più esclusive di Milano, dove farsi coccolare per poi tuffarsi nella notte metropolitana a bordo di una scintillante limousine accompagnati da una guida d'eccezione. Durante la cena, la  Moët & Chandon presenterà in anteprima due eleganti accessori studiati per l'occasione dalla designer inglese Daisy de Villeneuve: Flower Rosé e Flower Rosé Mini Moët Gift Set (nelle foto).

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