Esalazioni Etiliche


Thursday 20 September 2007


Rosabella, se fossi qui perderemmo in molti la testa per te!

Rosabella, quale nome più adatto a suggerire sensuali profumi e affascinanti sapori. Se c'è un vino che, secondo me, ha un particolare fascino suggestivo nel colore, ebbene questo è proprio il rosato. Secondo il metodo "scolastico", questo può essere rosa tenue, rosa cerasuolo o chiaretto, secondo l'intensità del colore. Ma sappiamo bene le infinite sfumature di gradazione che si possono cogliere in ogni vino, che spingono esperti degustatori e grafomani con l'indole poetica a "liberarsi" e dilettarsi su verbi quantomai fantasiosi e, a volte, divertenti. Ma, come diceva il compianto Gaber, "non siamo qui per fare fotografie, dai!".

Veniamo a noi, cara Rosabella. Eccoti qui, davanti a me, in un calice che ti meriti, rigorosamente Riedel, ampio e dal lungo stelo (non è quello adatto ai rosati? E chi lo dice! Provatelo e poi ne riparliamo), con quel colore che, per un gioco di trasparenze indotte dalla luce che lo attraversa, ci ricorda la ciliegia rossa candita o certe varietà di rose dal petalo raffinato e setoso. Ho la fortuna di averti qui, vicino a me, grazie a quel pasionario del rosé che è Franco Ziliani, poiché tu non ti fai trovare nella nostra malmessa ma sempre affascinante Italia. Così sembrano preferire Aldo e Milena Vajra, i tuoi ideatori, grandi personaggi di Langa siti in quel di Barolo. Forse non ti meritiamo, perché ancora oggi il vino rosato non ha conquistato l'attenzione che merita...e allora non ti meritiamo. Capisco.

Però ora sei qui, e questo è quello che conta. Mmmm...che bouquet elegante, questo in altri casi dubbio accostamento paritario di nebbiolo e barbera qui mi piace assai. Freschezza e carattere, rosa, lampone e ciliegia certo, ma anche violette di campo e tanta mineralità, delicata speziatura, una finezza che fa pensare e inebria lo spirito.
Ti sorseggio e scopro quanto sei più affascinante se ti lascio scaldare nel bicchiere, si, 14-15° C, quasi fossi un rosso. "Non c'è problema", sembri sussurrarmi all'orecchio, "ho molte carte da giocare a queste temperature". Accidenti, ha ragione, contro ogni regola! Sarà la viva acidità della barbera a consetirgli tanto equilibrio e piacevolezza al palato a simile temperatura? Non so, sono confuso, ammaliato, stupefatto, è un deliquio...No, non mi drogo, né sono alcolista, ma cosa volete che vi dica, questo Rosabella mi apre il cuore e mi dà un senso di gioviale soddisfazione. Cari Aldo e Milena...

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Tuesday 14 August 2007


Rosato, rosato e ancora rosato

Questa volta non stiamo parlando di un piccolo vignaiolo che coltiva la propria modesta vigna ad alberello come fosse il suo unico figlio, ma di una vera e propria impresa: quando si ha a che fare con 180 ettari vitati bisogna essere ben organizzati, gestire l'intero percorso produttivo fino alle inevitabili operazioni di marketing per vendere molto più che qualche migliaio di bottiglie. Così è del tutto logico che quei 180 ettari, composti in prevalenza da uve autoctone (primitivo, negroamaro, malvasia bianca di Brindisi e malvasia nera di Lecce), vengano suddivisi e lavorati in modo differenziato, per ottenere tre linee produttive mirate a coprire le tre fondamentali aree di mercato: la grande e media distribuzione, e il settore della ristorazione, delle enoteche e degli alberghi (altrimenti detto HO.RE.CA.).

Stiamo parlando di Agricole Rizzello, azienda di primo piano sita in Cellino San Marco, in quell'area pugliese a tutti nota come Salento, orgoglio vinicolo dove confluiscono numerose denominazioni di origine. Il rosato di cui vi accennerò (non ho trascritto la classica degustazione perché ho preferito godermi la cena in buona compagnia) fa parte della linea Le vigne di Sammarco, che è la linea "alta", il che la dice lunga sull'importanza che danno ai rosati in terra pugliese, e si chiama "Murex", termine latino che corrisponde all'attuale "Murgia", l'altipiano carsico situato nella Puglia centrale, e significa "roccia aguzza" o anche "muro a secco".

Il Murex 2006 è composto da negroamaro e malvasia nera, due vitigni fondamentali nel Salento, che lasciano in questo vino una traccia profonda, anche grazie alla vinificazione a contatto sulle bucce di ben 24 ore. I suoi 14 gradi alcolici non sembrano appesantirlo minimamente, lo slancio espressivo non gli manca, giocato soprattutto su un frutto fresco e croccante, succoso, ciliegia, lampone, amarena e una bella vena sapida e minerale che lo accompagna per tutta la degustazione. Forse c'è un leggero residuo zuccherino, probabilmente necessario  per non elevare ulteriormente la gradazione, ma non fa che bilanciarsi con una freschezza che non manca, restituendo una piacevolezza di beva davvero notevole. Inutile dirvi che la cena è andata benone...

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Friday 20 July 2007


Un Pinot Grigio che sa di terra friulana

E' ormai da parecchi anni che mi dedico con interesse mai sopito ad uno dei prodotti della nostra terra che più riesce ad emozionarmi, il vino. Certo, l'esperienza e il gusto personale mi hanno progressivamente spinto ad orientarmi verso una tipologia di vino che sia possibilmente rappresentativa di un territorio, di una cultura, di una tradizione o, perché no, di un'idea del produttore scaturita da convinzioni che non siano frutto di volontarie genuflessioni a questa o quella moda, bensì di una approfondita ricerca sulle potenzialità e le possibilità espressive di vitigni troppo spesso trascurati o, peggio, male interpretati.

E' un po' la storia del pinot grigio, enormemente diffuso ma raramente degno di interesse per via di una standardizzazione nel modo di allevarlo e vinificarlo e, spesso, di una produzione per pianta troppo elevata per poter ottenere risultati interessanti. L'azienda Specogna, situata sulla collina di Rocca Bernarda a metà strada tra Corno di Rosazzo e Cividale del Friuli, a circa 20 Km da Udine, in piena Doc Colli Orientali del Friuli, produce invece un ottimo Pinot Grigio Igt Venezia Giulia 2005, dal bellissimo colore rosato chiaro con riflessi ramati, ottenuto da un lungo contatto con le bucce (circa 60 ore) che gli consente di estrarne tutte le proprietà aromatiche e fenoliche. Il 30% del mosto fiore ottenuto, viene affinato in barrique e tonneau con movimentazione delle fecce ogni 20 giorni, mentre il restante 70% affina in acciaio inox con movimentazione delle fecce ogni 7 giorni. Infine riposa in bottiglia per almeno 8 mesi.

Ieri sera, da Il Tajut, un ottimo e accogliente locale dove si mangia e beve prodotti friulani, situato a via di San Giovanni in Laterano 246 (telefonare a Lanfranco 347/8837574 oppure a Giustino 349/6418088), ho avuto modo di apprezzare questo vino, che mi ha subito entusiasmato per il profumi intenso di sambuco, pompelmo rosa, pera e mela, con interessanti rimandi a sfumature speziate. L'assaggio non è stato meno interessante, una bella polpa fruttata, dove si poteva cogliere anche l'ananas e l'uva spina, era ben sostenuta dall'acidità e da un delicatissimo ma percepibile velo tannico, con un retrogusto che riportava alle note di sambuco e menta. Un vino come questo, ve lo dico subito, non va assolutamente bevuto con una temperatura al di sotto dei 14° C, dove a mio avviso trova il migliore equilibrio espressivo.

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Friday 25 May 2007


Rosso di Montalcino 2004 - Poggio di Sotto: quando il sangiovese diventa grande

Sulla irresistibile ascesa di Piero ed Elisabeth Palmucci, che da quasi 20 anni hanno dato vita a Poggio di Sotto, splendida fattoria situata in Castelnuovo dell'Abate, si è detto di tutto e di più. E qual'è la chiave di un sì meritato successo, in un periodo in cui a Montalcino c'è un'indubbia confusione, poche cose davvero superlative, troppi vigneti e troppi enologi di grido pronti con la formula stracollaudata del vino potente, colorato, dolce, marmellatoso, rigorosamente in barriques nuove, eccetera eccetera? Molto semplice: i vini di casa Palmucci sono frutto di una volontà premeditata di ottenere il meglio non disgiunto da una filosofia quasi "pura", scevra da banali standardizzazioni di metodo e da facili scorciatoie, con il vantaggio di poter contare sulla sensibilità e l'esperienza ineguagliabile del grande Giulio "bicchierino" Gambelli, e della collaborazione dell'Università di Milano e del prof. Attilio Scienza per tutta la fase di ricerca svolta in quindici anni.

Selezionare i cloni più adatti a quel terroir, valutare la fittezza d'impianto ottimale, operare potature più o meno drastiche in vigna per meglio distribuire le risorse e le energie di ciascuna pianta, dotarsi di strumenti moderni di cantina per mantenere le uve nel perfetto stato in cui sono state raccolte, lasciare che la fermentazione avvenga spontaneamente con l'uso di lieviti indigeni. Tutte operazioni che oggi, qualcuno potrebbe dire, fanno parte di un sistema ormai acquisito dalla maggior parte delle cantine, ma questo è vero solo in parte. E' la misura che fa la differenza, è lo stile, l'unicità del terroir, la "mano leggera" di chi opera in cantina e la diversa filosofia per raggiungere il proprio obiettivo. C'è chi produce vino cercando di assecondare i capricci del mercato, manipolando la materia prima e a volte espropriandone tutte le caratteristiche per sostituirle con una formula costruita a tavolino.

A Poggio di Sotto le idee sono altre, frutto dell'amore di questa terra straordinaria, collocata proprio in quell'area a sud di Montalcino dove possono nascere vini di grande eleganza e finezza, di quelli che si esauriscono a tavola, magari leccando di nascosto l'ultima goccia incerta sul bordo del calice.

Il Rosso di Montalcino 2004 è un perfetto esempio di quello che si può fare quando natura e uomo imparano a convivere senza contrapporsi, trovando in questo connubio uno slancio diverso, una comunicazione diretta frutto di un linguaggio imparato sul campo, tanto schietto quanto vero e concreto. I nostri sensi vengono rapiti dal bellissimo profumo di viola mammola, di ciliegia e lampone, note terrose e sapide, minerali, premessa di un palato succoso, armonioso e vibrante, dove acidità, tannino, sapidità, si intersecano formando una massa voluttuosa eppure docile, fine, giocata su sottigliezze che fanno la differenza. Un gran bel bere questo sangiovese, da non perdere.

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Thursday 10 May 2007


Bolgheri dai prezzi accessibili...

 

Chi pensa a Bolgheri come terra di rossi costosi non sbaglia. I prezzi sono mediamente alti ed anche se non tutti naturalmente possono raggiungere le quotazioni di mostri sacri come Sassicaia ed Ornellaia molto spesso si ha la sensazione di trovarsi nel bicchiere prodotti sopravvalutati. La necessità di affrontare la domanda sempre più asfittica di un mercato in crisi cercando di occupare anche fasce di prezzo meno ambiziose ed impegnative ha spinto perfino le aziende storiche e più blasonate della zona a sviluppare nuove etichette sia per rispondere a questa esigenza che per dirottare le uve provenienti dai reimpianti o da nuovi impianti tout court nel frattempo realizzati. Emblematico proprio il caso di Tenuta San Guido che dopo essere uscita con un secondo vino, il Guidalberto, ha sentito successivamente la necessità di un terzo vino partorendo Le Difese (né più né meno quello che è accaduto per l’offerta produttiva della vicina Tenuta dell’Ornellaia che oggi propone due validissime etichette in seconda ed in terza linea: Le Serre Nuove e Le Volte). Nel caso di Fattoria Casa di Terra il discorso è ancora diverso. L'azienda nasce nel 1950 quando i nonni degli attuali conduttori si trasferirono in Toscana nel comune di Castagneto Carducci per produrre ortaggi, cereali, olio e vino ed è solo nel 2001, con l'arrivo dell'agronomo Gianni Moscardini e la decisione di non vendere più le uve a terzi, iniziando a vinificare in proprio che si assiste alla svolta di questa azienda. Attualmente la stessa proprietà è impegnata contemporaneamente nella Doc Terratico di Bibbona, a pochi chilometri di distanza, con i vini della Tenuta Ladronaia. I giovanissimi fratelli Giuliano e Gessica Frollani hanno deciso di puntare sul rapporto qualità-prezzo rendendo particolarmente accessibili non solo le etichette più pretenziose, Mosaico e Maronea,  ma anche quelle di prima fascia rappresentate dal Moreccio e, soprattutto, dalle 60.000 bottiglie di Grotta dei Briganti. Con questo rosso siamo franco cantina intorno ai quattro euro e l’assaggio dell’ultima annata mi ha colpito piuttosto favorevolmente. In questo rosso, per di più, sono le uve sangiovese (al 90%) ad essere protagoniste nonostante siano da tutti (o quasi) e da sempre considerate inadatte alla terra bolgherese dove come ben sappiamo si sono ispirati a quel taglio bordolese per il quale questa stessa terra viene oggi celebrata. Sia ben chiaro: merlot e cabernet, insieme a petit verdot e syrah, non mancano comunque neanche nei 25 ettari di vigna di Fattoria Casa di Terra così come il classico vermentino. Il Grotta dei Briganti è un vino semplice ed allo stesso tempo strutturato che pur non raggiungendo vette di complessità né abissi di profondità riesce ad imporsi per carattere, facilità d'approccio e piacevolezza nella beva. Un'etichetta bolgherese(anche se al momento ancora Igt) che ha da subito riscosso un notevole successo tra i ristoratori locali rispondendo alla loro esigenza di poter proporre anche vini di territorio che non per forza li costringessero a svuotare le tasche ai clienti. Insomma un fortunato ed intelligente caso in cui l'offerta incontra la domanda. Come direbbero gli americani un best-buy!.

 

 

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