Esalazioni Etiliche


Tuesday 5 December 2006


Sant'Antonio pensaci tu

Sant'Antonio pensaci tu

Don Alberto era raccolto in preghiera, il rosario tra le mani e il cuore in pace. Da quando era andato in pensione come parroco, le sue responsabilità erano diminuite dal punto di vista pratico e amministrativo. Adesso svolgeva la sua missione come ospite di una parrocchia i cui parrocchiani gli stavano molto a cuore. Era ricambiato nell'affetto e nella stima. La sua disponibilità era nota a tutti, per la confessione, per un consiglio, per una richiesta quale che fosse. Il parroco non esitava a servirsi di lui per le commissioni più noiose, spesso senza tenere conto della sua età e degli inevitabili acciacchi.
Don Alberto non protestava, ma a volte provava amarezza e anche ribellione che metteva a tacere con la preghiera e con qualche sorso di vino. Ne aveva sempre una bottiglia nell'armadio della sua stanza, poco più di un buco che lui non riusciva mai a tenere in ordine, un po' per la mancanza di spazio e molto per la sua mania di conservare tutto. Ritagli di giornali, cartoline e libri di cui era ghiotto come del cibo. Lettura e cibo erano i suoi punti deboli. Palato e mente non erano mai sazi e lui chiedeva spesso perdono a Dio per i suoi peccati di gola. Gli chiedeva perdono anche per la scarsa simpatia che provava per il parroco che sapeva essere duro e astioso. Tuttavia traeva grande conforto dall'affetto che gli dimostravano le persone e dalla consapevolezza di volere comunque fare sempre il proprio dovere.
Umiltà e dedizione erano i tratti più salienti della sua personalità e del suo modo di esercitare il sacerdozio. A volte si chiedeva se i suoi consigli fossero sempre giusti, se le sue risposte alle domande che gli venivano rivolte in confessionale non fossero imprecise o deludenti. C'erano momenti in cui si sentiva inadeguato di fronte alle miserie, ai drammi, ai dubbi e alle paure che attraverso la confessione venivano riversati sulle sue spalle sempre più curve. Amava il suo prossimo e avrebbe voluto fare molto di più per tutte quelle persone che affidavano a lui i segreti più intimi della loro vita.
C'era una ragazza che si presentava nel confessionale ogni domenica mattina. Aveva 19 anni, era simpatica, allegra, ma terribilmente distratta, al punto di considerare peccato la sua distrazione. Perdeva sempre qualcosa: le chiavi di casa, gli occhiali da sole, il borsellino, l'ombrello. Era una continua ricerca la sua, la testa sempre altrove, agli amori immaginari o reali, alle discussioni in famiglia, all'inquietudine che comportava il dover crescere e responsabilizzarsi di fronte alla vita e alle proprie scelte.

"Ho chiesto aiuto a Sant'Antonio" confidò una domenica mattina a Don Alberto, "mi hanno detto che facendo una piccola offerta, lui fa ritrovare ciò che si perde. E' vero padre, funziona, ora ritrovo sempre tutto".

Don Alberto sorrideva. Chissà in quale modo e attraverso quale percorso della memoria la ragazza ritrovava realmente ciò che perdeva, ma non c'era nessun male ad affidarsi a un santo la cui cassettina si arricchiva di euro che andavano ai poveri della chiesa. Sempre più spesso Don Alberto si sentiva stanco e in alcuni momenti anche molto solo in quella stanzetta poco più grande di una cella. Momenti. Ed era allora che qualche biscotto e un po' di vino lo tiravano su. Si era affezionato alla ragazza, quasi fosse una nipote. Una mattina arrivò da lui con un'espressione preoccupata sul viso, non ancora segnato dal tempo e dalle ferite che la vita, inevitabilmente, gli avrebbe prima o poi impresso.

"Ho perso la verginità padre" confessò dopo una breve esitazione.

Anche Don Alberto esitò prima di rispondere, infine scosse la testa.

"questa volta purtroppo Sant'Antonio non può aiutarti" disse e non poté fare a meno di pensare che in quel momento un goccetto di vino...

Alda Gasparini

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Friday 24 November 2006


Addio cinquant'anni

 Addio cinquant'anni

Alda GaspariniE' bionda naturale, invitante, fresca, spumeggiante come una bottiglia di spumante di qualità. E' qui di fronte a me, al tavolo di un ristorante scelto da me e non poteva essere che così, elegante e nello stesso tempo intimo e discreto. Sembra che tutti intorno a noi camminino in punta di piedi e parlino sottovoce ed è una bella sensazione. Sono felice, è l'ultimo dell'anno e ho voglia di divertirmi con la donna che amo, di fare qualche piccola follia, baciarla sotto il vischio, sentirmi giovane, spensierato e dimenticare che ho superato i cinquant'anni. Mezzo secolo. Fa impressione. Credi di amare, credi di vivere ma di fatto, quasi senza accorgertene, impieghi tutte le tue energie nel lavoro. Lavori giorno dopo giorno con accanimento, attento che il tuo conto in banca non smetta all'improvviso di crescere, non si blocchi, non precipiti. Invece accade. La salute comincia a scricchiolare insieme alle tue ossa e così non fai che staccare assegni per le tue visite specialistiche e la paura di impoverire, ma soprattutto di morire, diventa una costante che minaccia di avvelenare tutto. Sono fregato, pensi, perché è così che succede. La vita corre veloce alle tue spalle, ti ritrovi di colpo adulto, incredulo e ti domandi: ma io dov'ero mentre il tempo divorava i miei anni? Ed ecco che incontri lei. Una compensazione, un premio, una speranza. La riconosci in mezzo a tanta gente, casualmente, durante un convegno di editori minori. E' la voglia di uscire dal tunnel in cui senza rendertene conto hai imbucato la tua vita, che ti spinge a riconoscerla, a darti la certezza che è lei che vuoi. Lei il tuo medico, la tua medicina, la tua salvezza. Duri quello che duri. Ed eccomi qui, in attesa della mezzanotte in un locale raffinato con il vino che mi rende ancora più euforico e vitale.

"Sei bellissima" le dico e mi sento un po' sciocco, ma non mi dispiace. Sono stato serio per tutta la vita tra cifre, telefoni, incontri, scontri e così via. Ora voglio soltanto divertirmi  e gioire di questa presenza che in una sola serata è riuscita a spazzare via tutte le mie paranoie. Mangiamo, beviamo, balliamo e a mezzanotte, mentre la musica si fa sempre più frenetica e i tappi delle bottiglie di spumante saltano, noi ci baciamo sotto il vischio come due ragazzi al primo amore. Annullati i miei cinquant'anni, le mie paure, la mia ex moglie che forse è in pena per me, i miei due figli in giro per il mondo, il mio conto in banca, la mia cartella clinica. Sto morendo, questo è l'ultimo anno della mia vita.

"Ancora un bicchiere" incita lei ridendo.

Brindiamo con le braccia incrociate e io mi sento vivo come non lo sono stato mai durante tutti i miei cinquant'anni. I primi e gli ultimi.

Alda Gasparini

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Wednesday 22 November 2006


I racconti di mamma

Sono figlio di artisti. Mio padre Edmondo era un musicista, ha suonato il pianoforte per più di sessant'anni. Spesso veniva chiamato alla RAI perché era un mago dello spartito: in un batter d'occhio riusciva a cambiare la tonalità di un pezzo per adeguarlo alle necessità di questo o quel cantante. Quello del musicista è un impegno costante, che ti porta spesso lontano da casa, e mio padre amava la sua famiglia. Per questo motivo ha più volte rinunciato a occasioni importanti che lo avrebbero allontanato per mesi da noi.
Non amava la ribalta, suonava perché gli piaceva davvero, perché la musica era il suo pane quotidiano. Ricordo che, ogni volta che gli accadeva di ascoltare un brano, che fosse alla televisione, in autobus o per strada, non poteva fare a meno di seguire il ritmo con un leggero movimento del capo. Il 2 dicembre sono dieci anni che se n'è andato. Mi manca molto, soprattutto il suo modo di scherzare, di trovare sempre la battuta che ti riporta il sorriso, anche quando tutto ti sembra non avere vie d'uscita.

Mamma, invece, è una scrittrice. Anche lei da giovane suonava il pianoforte, ma poi, per una serie di vicissitudini lo ha abbandonato. Non ha mai smesso di scrivere, invece. Racconti, romanzi, spesso malinconici, a volte disperati, ma sempre velati da una certa autoironia. Purtroppo non è mai riuscita a veder pubblicato un suo libro, nessun editore è disposto a investire su una persona sconosciuta. Ci vuole almeno un grosso nome che ti presenti, che firmi la prefazione al tuo libro. Mia madre ci ha provato, molte volte. Dopo numerosi tentativi andati a vuoto, sembrava che, finalmente, avesse trovato la disponibilità di Elsa Morante, che aveva apprezzato molto i suoi scritti. Sfortuna volle che, dopo poco, la Morante lasciò il mondo terreno. Da allora più nulla.
Mamma ha continuato a fare quello che è stato il suo lavoro di sempre: scrivere racconti per le riviste, prevalentemente femminili. Ma anche in questo caso, con sempre maggiore difficoltà. Sono ormai pochissime le case editrici che ritengono interessante pubblicare racconti sulle pagine delle proprie riviste. Eppure Alda, mia madre, ha sempre avuto molte ammiratrici, lettrici affezionate che intrattengono una fitta corrispondenza con lei, a riprova della qualità dei suoi scritti. Oggi ha 79 anni, e già da tempo ha rinunciato ai suoi sogni. Per questo ho deciso di dedicarle uno spazio qui, tutto per lei. I suoi racconti sono inediti e, per rimanere in tema con il blog, "sfioreranno" sempre l'argomento vino, ma solo con una leggera pennellata, come contorno e a volte spunto per le storie narrate. Racconti brevi, concepiti proprio per chi è abituato a navigare su internet. Qui di seguito il suo primo racconto.

La bottiglia

Guardo la tavola apparecchiata e ne sono orgogliosa, così come sono orgogliosa della mia immagine riflessa nello specchio. Nico rimarrà incantato, ne sono certa. Quando entrerà qui, nella mia casa e si siederà alla mia tavola qualcosa accadrà sicuramente. Sono stanca di questo nostro rapporto senza sbocchi, senza un impegno serio. Non è semplice amicizia la nostra, io lo amo e anche lui mi ama, ne sono sicura. E' stato come leggere in un libro di quiz. Ho imparato a interpretare ogni sguardo, ogni sorriso, ogni silenzio di Nico, ogni sua carezza e so per certo che ha solo bisogno di un po' di incoraggiamento. Spesso al destino serve una piccola spinta. Ho acceso lo stereo, fuori c'è il rumore del mondo, qui soltanto la musica di Jarrett, il battito veloce del mio cuore... e ora il suono del campanello. Apro la porta, Nico mi abbraccia e io lo conduco per mano alla tavola. E' la prima volta che viene a cena da me, è tutto perfetto, le candele, le porcellane, i bicchieri a coppa, io...tutto pronto per una serata speciale, per un impegno speciale. Guardo Nico. Sembra turbato, sto per invitarlo a sedersi ed ecco che mi rendo conto di aver dimenticato un dettaglio essenziale: sono astemia e così non ho pensato al vino. Come ho potuto?
"Hai fatto le cose in grande" dice lui con una strana voce.
Scuoto la testa mortificata "Mi dispiace Nico, ho dimenticato il vino."
Lui guarda la tavola, guarda me, poi sorride.
"Non preoccuparti, faccio un salto io a comprare una bottiglia. Torno subito."
Se ne va e io approfitto per andare in cucina a prendere il primo piatto. Un'opera d'arte degna di un grande chef. C'è un'enoteca proprio all'angolo della strada, Nico tornerà tra pochi minuti con la bottiglia e intanto non posso fare a meno di pensare che se io ho dimenticato il vino, lui ha dimenticato i fiori. E' venuto da me a mani vuote. Dettagli. Mi siedo e comincio ad aspettare. Dieci minuti, un quarto d'ora, mezz'ora. Non può esserci così tanta gente all'enoteca. Quaranta minuti. Nico non torna e non tornerà. La bottiglia è stata la sua occasione di fuga. Comincio a mangiare. Adesso anche la musica si è fermata, non sprecherò questa cena. Uomini, penso. E il primo boccone che mando giù non mi sembra buono come avevo immaginato. Se almeno non fossi stata astemia...

Alda Gasparini

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