Wednesday 8 August 2007
E il rosato continua ad essere snobbato in Italia

Leggendo l'articolo "Sui rosati l'Italia sta perdendo l'ennesima occasione" dell'amico Franco Ziliani pubblicato su DeVinis di luglio/agosto 2007 (rubrica "Io non ci sto!" a pagina 66), la rivista ufficiale dell'Associazione Italiana Sommeliers, mi torna in mente quello che scrissi esattamente tre anni fa su laVINIum, con l'intento di far notare quanto sia difficile per questa tipologia di vini, il rosato appunto, trovare un proprio spazio in un contesto che sembra ignorarne quasi del tutto l'esistenza. Franco, con lo stile e la precisione che lo contraddistinguono, sottolinea come in Francia, Stati Uniti e Regno Unito, il rosato occupi un interesse sempre maggiore (nel 2006, nel Regno Unito si è avuto un aumento delle vendite di vini rosati del 29% rispetto al 3% delle altre tipologie), diventando uno degli elementi trainanti del mercato vinicolo. In Italia, di contro, pur essendo un Paese che vanta una produzione di ottima qualità in numerose regioni, prime fra tutte la Puglia e l'Abruzzo, ma la tradizione del rosato coinvolge in aree di diversa entità anche la Toscana, la Calabria, il Trentino-Alto Adige, il Veneto, il Lazio, l'Umbria ecc. Eppure, nonostante le nostre salde tradizioni, nonostante i consumatori diano chiari segnali di interesse verso questa tipologia di vino, ideale nel periodo estivo ma in realtà in grado di dare grandi soddisfazioni anche nelle altre stagioni, basta scegliere i vini giusti (ci sono rosati intensi, strutturati, complessi e capaci anche di una discreta longevità come "Il Rogito di Cantine del Notaio, il Terre Lontane di Librandi o il Teres di Burlotto), sembra che questo flusso positivo non sia minimamente colto in casa nostra.
Nel suo interessante articolo Ziliani fa notare come siano fenomeno quasi del tutto assente, manifestazioni, banchi d'assaggio e iniziative mirate a far conoscere e amare questo tutt'altro che secondario prodotto enoico, fatta eccezione delle grandi città come Roma e Milano. I produttori stessi non puntano a questo vino, spinti ancora dall'illusione che l'unica strada che ancora favorisca lauti guadagni sia quella, sottolineata da Ziliani, "del vino importante, che ancora nel 2007, deve essere potente, concentrato, massiccio e quasi masticabile". E l'autore ci fa notare come questo comportamento non limiti il danno nell'ambito dei nostri confini territoriali, ma dia un pesante contributo a lasciare nel dimenticatoio una tradizione enoica che dovrebbe essere un nostro vanto, evidenziato dalla totale assenza di rosati italiani nel numero del 31 maggio della nota rivista statunitense Wine Spectator, interamente dedicato ai rosé wines e alle loro espressioni nel mondo. Certamente gli autori non sono stati particolarmente attenti, perché per quanto noi non facciamo nulla per far conoscere nel mondo la nostra tradizione in rosa, quando si affronta un argomento con l'intento di darne un quadro completo ci si dovrebbe documentare con assoluto rigore.
Resta il fatto che, nonostante ci sia un certo aumento di interesse da parte dei consumatori e negli ultimi anni siano nate nuove etichette di assoluto rilievo, nonostante, sebbene ancora pochi, siano sempre di più i giornalisti che ne parlano, tutto sembra restare nell'assoluto immobilismo. Dato che anche io, essendo da sempre appassionato di questa tipologia di vino, mi sono spesso prodigato a setacciare il territorio per poterne scrivere, non posso che confermare come l'intero settore delle vendite, dalle enoteche ai ristoranti (che ancora oggi sulla carta non menzionano questa tipologia se non nelle zone dove la produzione è molto elevata e ha una tradizione riconosciuta) e ai supermercati, sia ancora del tutto carente. Un comune mortale, che non sia professionista o comunicatore del vino e che, pertanto, abbia come unico riferimento per acquistare e conoscere i vini rosati italiani, wine bar, enoteche e ristoranti, rischia il più delle volte di rimanere a bocca asciutta. E questo è ormai un fatto assolutamente inaccettabile.
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