Sunday 6 May 2007
Il Bianco di Custoza a Saltexpò 2007

Sarà ultimamente un inconsapevole voglia di autolesionismo a farmi buttare via i miei soldi inutilmente. Mi spiego. Non perchè la degustazione non sia stata interessante, anche se molto meno del previsto, ma perché ho avuto l’impressione di essere stato l’unico, o uno dei pochissimi, ad aver sborsato i 25 €uro quando ho potuto constatare che quasi tutti gli altri non aveva pagato nulla. Erano quasi tutti reduci dalla precedente degustazione di cioccolata nella sala adiacente: molti di loro erano stati incuriositi dalla degustazione di vino altri sembravano addirittura letteralmente essere stati “raccattati” nel corridoio. Inoltre riflettendoci a posteriori è vero che la degustazione fosse organizzata dal Gambero Rosso che di certo non è una Onlus (senza fini di lucro) ma è anche vero che il Consorzio del Bianco di Custoza avrebbe potuto fare da sponsor fino in fondo… Dal momento che la degustazione è stata ripetuta anche volte durante la stessa manifestazione è probabile, ripeto, che mi sia solo impressionato. Il titolo era intrigante “I vini salati” ed, anche se i conti non mi tornavano, il fatto di non conoscere affatto il Bianco di Custoza era stato per me motivo da solo sufficiente per iscrivermi alla sessione di degustazione. In realtà il titolo ad effetto, come quasi subito si sono affrettati a chiarire sia il relatore del Gambero che il Presidente del Consorzio, voleva essere più che altro provocatorio sia perché i vini salati non esistono sia perché una sapidità, spiccata e minerale, del Bianco di Custoza, si presume almeno superiore alla media altrimenti non si capisce che senso avrebbe parlarne, è ancora tutta da dimostrare ed era questo l’obiettivo vero, più o meno centrato non spetta solo a me dirlo, dalla degustazione. L’introduzione ha, comunque, destato anche altre tipi di perplessità: chiarito infatti il forte legame storico di cui ha da sempre goduto la denominazione con la città di Custoza, dove - come riconosciuto e ricordato simpaticamente dal Presidente del Consorzio stesso - gli italiani, in battaglia, le hanno, una volta per un motivo una volta per un altro, sempre sonoramente prese di santa ragione, si è passati ad analizzare la complessa ed articolata possibilità varietale offerta dal disciplinare. Ben 7, dico sette, uve diverse: Garganega, Trebbiano (detto localmente Castelli Romani), Tocai (detto localmente Trebbianello), Bianca Fernanda (alias Cortese), Malvasia, Riesling (italico), Pinot Bianco, Chardonnay. Mentre da un lato ci si affretta a precisare che sono, in fin dei conti, solo le prime quattro ad essere utilizzate dalla maggior parte dei produttori (cosa che verrà sistematicamente smentita da alcuni dei campioni presenti in degustazione) dall’altro si fa notare che un’ottava è in dirittura d’arrivo per essere approvata. Mentre si parla di un lavoro di zonazione scientificamente realizzato, una delle poche doc in Italia a potersene vantare, nessuno si preoccupa di approfondirne i contenuti o quanto meno distribuirne un breve resoconto per chi avesse voluto meglio sintonizzarsi sui vini. Non vorrei sembrare ipercritico perché ripeto alla fine mi interessava un primo approccio alla denominazione e l’ho avuto però mi aspettavo qualcosina in più. Veniamo ai vini. Il 2006 di Gorgo rispetta l’uvaggio considerato più classico con i primi quattro vitigni prima ricordati. Al naso si avvertono sentori di uva spina e frutta a polpa bianca, al palato è coerente, abbastanza fresco, nell’iniseme un po’ sottile e sfuggevole. Il 2006 di Monte del Frà ha una naso decisamente più interessante ed agrumato, al palato la nota sapida inizia ad essere presente anche se non così travolgente come vorrebbero farci credere. Il 2006 di Cavalchino è decisamente più rotondo anche se le note vegetali, al mio naso, non sembrano del tutto sopite. Il Val dei Molini della Cantina di Custoza chiude la serie di campioni dal millesimo 2006 lasciando intendere la presenza da un lato di chardonnay che rischia di banalizzarlo dall’altro di riesling che, seppur italico, di contro lo impreziosice regalando un primo barlume di vera mineralità. Quest’ultimo dei 2006 mi è parso il più in forma in una prima tornata in cui più che la verticalità dei vini emerge una poco convincente tenuta nel bicchiere. Il Vigneto Cà del Magro 2005 è un cru dell’azienda Monte del Frà e dimostra di avere un altro passo. Agrumi, ricordi di lieviti, frutta matura ed un profilo più austero e minerale sottolineano una prova decisamente più interessante. Il Superiore 2004 di Villa Medici purtoppo è “andato”, nel senso che è oltremodo evoluto, non tanto al naso, secondo me dove pure dimostra almeno dieci anni in più di quelli effettivi, ma sicuramente al palato dove ha perso completamente nerbo e tensione. Quello che mi ha colpito e mi ha lasciato perplesso è che il degustatore bravo, molto preparato e competente (tutto questo detto perché veramente lo penso e non ironicamente sia ben chiaro) definiva il naso di questo bianco problematico quando in realtà si poteva cogliere una nitida, netta, nota di tartufo bianco (non perché lo dica io ma perché in sala mi sembravano averla ben identificata anche altri) sicuramente monocorde, stancante, tutto quello che si vuole ma che mai definirei “problematica”. E se proprio non riconosci il tartufo, chiamalo metano e se non riconosci neanche questo dici semplicemente “una nota che in questo momento non riesco a cogliere o individuare con esattezza”. Fai più bella figura che dire “problematico”, sempre a mio personalissimo avviso. Un po’ di umiltà e un po’ di modestia in più, talvolta, non ci farebbero male a tutti noi comunicatori del vino. Meditiamo gente, meditiamo.
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