Monday 2 April 2007
Tornando dal Vinitaly

Che strano...ogni anno, con una cadenza perfetta, non importa se la data si sposta un po' più avanti o un po' più indietro, né è rilevante che tempo faccia prima o dopo, al Vinitaly piove. Non c'è niente da fare, almeno un giorno deve piovere, quasi come se qualcuno sentisse l'esigenza di "dare una ripulita" a tutto questo alcool che si concentra nei recipienti e negli stomaci di decine di migliaia di persone. Un fiume biancorosso che non sembra volersi arrestare, anche in tempi magri e difficili, precari, nebulosi. Quando entri in fiera, già alle 9 del mattino hai l'impressione di un meccanismo automatizzato, tutti in movimento, da un padiglione all'altro, lungo le strade che li circondano furgoni ed automezzi di vario genere si districano fra i numerosi passanti, molti dei quali costantemente attaccati al telefonino. C'è un'atmosfera operosa e confusionaria, l'impressione che se ci si ferma si può perdere un'occasione, un affare, magari irripetibile, come una schedina non giocata proprio il giorno in cui escono i numeri giusti.
Molti si danno da fare e investono ingenti somme di denaro per dare vita a padiglioni tappezzati di gigantografie di vigneti e grappoli d'uva, magari con l'aggiunta di qualche frase ad effetto, così, per far vedere quanto sia "bello e naturale" il mondo del vino. Fra i vari stand si possono incontrare aitanti pulzelle semisvestite, a imitazione delle manifestazioni dedicate ai motori, il cui scopo, dicono, dovrebbe essere quello di stimolare le persone (di sesso maschile, ovviamente) a soffermarsi davanti a questo o quell'espositore, a perdersi fra fantasie erotiche ed esalazioni etiliche (ops, una involontaria autocelebrazione)...
Intanto, non notata da alcuno, passa una donna di colore, di probabile origine africana, con una scopa in mano e un'espressione fra il malinconico e il disperato, i suoi occhi non hanno guizzi vitali, né alcuna illusione di future rivincite. Il suo destino sembra già determinato. Si aggira come un automa alla ricerca di vetri rotti e depliant accartocciati. Questo è il suo compito, raccattare gli scarti della festa, quella degli altri ovviamente.
Qui si fanno affari, il vino è business, punto. Gli slogan che inneggiano alla natura, alle cose semplici e sane, fanno parte di un mondo estremamente lontano, e proprio per questo è necessario evidenziarli. Certo il Vinitaly non è solo questo, né chi lo organizza è responsabile dei contenuti, che spettano ad altri. Esporre la merce, competere con il produttore accanto pagando per uno stand più attraente e spazioso, che simboleggi anche un'ottima salute aziendale, che renda più credibile e desiderabile ciò che è contenuto in quelle bottiglie.
E c'è chi ha davvero investito credendoci, perché dopo anni di fatiche in cui la vigna non ti ripaga perché non è ancora generosa, bisogna pure piazzare tutte quelle casse di vino prodotte con impegno e amore, fatica e sudore. Non si può solo fare fantasie ed elucubrazioni sul fascino del vino, bisogna pure venderlo accidenti! Altrimenti l'anno prossimo tocca cambiare mestiere, e la cosa farebbe molto, molto male, perché magari il papà, il nonno, il bisnonno e tutti gli avi che per oltre cent'anni hanno dato l'anima e hanno creduto in quello che facevano...che fardello! Rimbocchiamoci le maniche, la lotta è dura e senza pietà, siamo tanti, sempre di più, pochi amici molti nemici, dicono che con qualche aiutino, magari una tantum, ma io vorrei farne a meno, però com'è difficile...
Guardi, noi non facciamo trattamenti. No, non dico che siamo biologici né biodinamici, ma evitiamo il più possibile di usare prodotti tossici sulle piante e i terreni, perché non è che si volatilizzano, finiscono nel vino! Certo questo comporta maggiori rischi, ma noi preferiamo così, selezioniamo di più, prendiamo le uve sane, in salute, e le mettiamo in cassette, a mano, faticosamente perché siamo in pochi. Non c'è spazio per mezzi meccanici, le piante crescono su terrazzamenti ciascuno dei quali è largo meno di due metri pianta compresa e il dislivello è notevole, capisce da solo che è un'impresa ardua e faticosa. Questo ci costringe poi a fare un prezzo certamente non competitivo, ma la produzione è molto limitata e non possiamo andare ogni anno in perdita, non siamo una grande azienda noi! Non abbiamo modo di recuperare con prodotti di serie b, c e d, questo è quanto. Bisognerebbe farlo capire alla gente! Noi facciamo questo vino perché ci crediamo, è la leva che ci spinge e ci fa sopportare i sacrifici, sappiamo bene che non diventeremo mai ricchi, ma non è questo il nostro obiettivo.
E già, c'è anche questa di realtà, ed è questa gente che mi spinge ancora oggi a scrivere di vino, ad emozionarmi quando colgo dei profumi che mi riportano alla terra, al sole, alla vita. Che importa se non vincono premi o non finiscono sulle guide, chi ama davvero il vino come espressione dell'amore che lega il vignaiolo alle sue radici e alla sua storia, li troverà e saprà apprezzarli.
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