Monday 12 March 2007
Piantare il merlot in tutta Italia un colossale errore? L'interessante inchiesta di Winesurf
Sapevo bene che l'amico Carlo Macchi non si sarebbe fatto sfuggire l'occasione di intervistare numerosi enologi dopo aver sentito Lorenzo Landi dichiarare, durante la giornata dedicata all'Anteprima Vino Nobile di Montepulciano 2006, alla quale anche il sottoscritto era presente, "Oramai è chiaro che il Merlot, vitigno di zone fresche, mal si adatta ai climi caldi come, per esempio, quello che trova in Toscana". Una frase che non poteva che stimolare una sollecita indagine, vista la sovrabbondante presenza di merlot in tutte le regioni italiane.
Che questa varietà a bacca nera conosciuta in tutto il mondo apparisse come una specie di toccasana per tutti coloro che volevano intraprendere la strada del successo, grazie alla dilagante moda, iniziata nella seconda metà degli anni ottanta, di produrre vini opulenti, dal gusto di frutta in confettura, che sembravano rappresentare il mezzo sicuro per conquistare i favori di winewriters americani e delle più note guide enologiche italiane, quindi ricchi premi e cotillons, non vi è alcun dubbio.
E la Toscana, da questo punto di vista, è senz'altro la regione che maggiormente ne ha tratto iniziali vantaggi, a partire dai noti supertuscans. Tanto da indurre molti produttori a farne abbondante uso "coadiuvante" con vitigni meno facili come il sangiovese, e da spingere ad azioni incoscienti come modificare gli uvaggi previsti in numerosi disciplinari (vedi anche le Docg Chianti Classico e Nobile di Montepulciano) o introdurne addirittura di nuovi in zone che non avevano certo un'esperienza vitivinicola che potesse fornire le basi per una produzione di qualità.
E oggi, con il senno di poi, ecco improvvisamente emergere (come se gli addetti ai lavori non lo avessero capito da tempo...) la "scoperta" che il merlot non è adatto alle zone a clima caldo, perché la polpa dell'acino matura troppo in fretta, "cuoce", per cui il vino diventa squilibrato, note surmature, cotte appunto, mentre il tannino non è altrettanto pronto, dando sensazioni verdi e contrastanti con quel fruttone che travolge inizialmente ma ingannevolmente si ferma al primo impatto, lasciando spesso la bocca amara e desiderosa di freschezza. Sensazioni che, purtroppo, si ritrovano anche in molti "sangiovese" di Montalcino e di Montepulciano (mentre in Chianti, almeno da quanto ho rilevato nella recente degustazione dell'annata 2005, sembra stiano ritrovando finalmente la vera natura e bellezza di questo vino).
Certamente il caldo che negli ultimi anni ha deciso di non dare più tregua, tanto da far ridurre le vecchie e amate quattro stagioni a poco più di due, ha contribuito ad evidenziare i limiti del merlot nelle nostre regioni centromeridionali, ma non sarebbe stato più saggio, prima di piantarlo ovunque e senza criterio, solo per seguire una moda, che come tutte le mode finisce abbastanza velocemente e lascia spiazzato chiunque non abbia avuto la lungimiranza di prevederlo, lavorare su ciò che la natura ci ha generosamente offerto e che, oggi, sembra essere diventata la nuova "grande illusione"? Si, mi riferisco ai fin troppo decantati vitigni autoctoni. Se questi sono un prezioso patrimonio, non per questo debbono essere utilizzati senza le opportune sperimentazioni e, soprattutto, non devono a loro volta essere piantati con gli stessi principi con cui sono stati piantati merlot, cabernet, syrah ecc. ecc.
Perché ci comportiamo come eterni bambini? E' così difficile rendersi conto che il mercato, il denaro, le mode, non andranno mai d'accordo con la ricerca della qualità, con la conoscenza approfondita di un territorio e dei suoi frutti, con la saggezza del tempo e degli uomini, gli unici veri elementi che possono rendere altrettanto saggi i vini che nasceranno?
I francesi, prima di perdere la bussola e rimanere anch'essi vittime dello stesso modello di vita (perché tale è, non solo nel mondo del vino e del cibo), ci hanno insegnato che ci vogliono secoli di faticoso lavoro e ricerca per stabilire con precisione dove quel vitigno può dare il meglio di sé, dove ha senso allevare la vite o è meglio lasciarci la barbabietola o le patate. Perché noi dobbiamo sempre dimostrare di avere poca spina dorsale e una testa che va dove tira il vento?
Come ci ricorda il buon Carlo Macchi nel suo bell'articolo: "In nome di una moda effimera spacciata per “ Verbo Incarnato”, abbiamo tradito una delle regole principali della viticoltura: per fare dei buoni vini ci vuole tempo!".
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