Monday 22 January 2007
Trucioli e Igt: l'Umbria si sente ad alto rischio e contesta il decreto De Castro
L'ingresso dei trucioli nel vino italiano, lo sappiamo bene, ha suscitato dibattiti infiniti e reazioni anche forti, più o meno giustificate ma anche e soprattutto interessate. Il ministro De Castro ha emanato un decreto che, nelle sue intenzioni, vuole tutelare quei vini che sulla carta dovrebbero essere di qualità superiore in virtù di disciplinari più restrittivi, cioé i vini che fanno parte delle Doc e delle Docg, lasciando invece la possibilità di scelta ai produttori di utilizzare o meno i chips (appunto i trucioli) nei vini Igt.
La regione Umbria, per voce del capogruppo regionale dei Verdi e Civici e presidente
della commissione Bilancio e Affari istituzionali Oliviero Dottorini, si oppone a questo decreto, evidenziando il fatto che le sei indicazioni geografiche umbre - Umbria, Allerona, Bettona, Cannara, Narni e Spello - rappresentano oltre un terzo della produzione totale e l'autorizzazione ad utilizzare i trucioli in questi vini mette a rischio la loro qualità e credibilità e potrebbe contrastare fortemente gli sforzi e gli investimenti fatti dai produttori nel corso degli anni. La richiesta del capogruppo è quindi quella di allargare il divieto anche ai vini Igt.
Ora, sappiamo bene che quella di De Castro è una posizione "mediana", che da una parte va incontro alle esigenze dell'Europa e dall'altra cerca di accontentare e "rassicurare" il comparto vinicolo italiano mantenendo comunque il polso fermo sui vini che risiedono nella parte più alta della cosiddetta "piramide doc".
Ad eccezione di Piemonte, Valle d'Aosta e Molise, tutte le altre regioni italiane producono vini Igt, in percentuali ovviamente diverse, ma comunque rilevanti. Se poi pensiamo alla Toscana, che proprio grazie alle Igt (i famosi Suertuscan) è riuscita a conquistare il mercato mondiale e ha fatto da stimolo per quelle denominazione che erano praticamente dormienti e senza le carte per offrire qualcosa di appetibile, viene da chiedersi quanto questo decreto possa, così come è concepito, produrre qualche beneficio per il vino italiano.
Una cosa è certa, non è la presenza o l'assenza di trucioli a fare la differenza qualitativa di un vino, sono ben altri gli interventi legislativi che bisognerebbe fare per ottenere prodotti seri e competitivi. In realtà la questione dei chips è legata profondamente all'andamento del mercato, soprattutto estero e alla difficoltà di contenere i costi per essere competitivi rispetto a Paesi dove le restrizioni sono minime e la mano d'opera estremamente più bassa.
La vera forza del vino italiano è nel legame vitigno-territorio, non basta uno o l'altro, è la fusione dei due elementi a creare l'unicità del prodotto, amplificata dal terzo elemento che è quello storico-culturale. Ne abbiamo avuto esempio eclatante con i tentativi non riusciti di piantare nebbiolo e sangiovese in altre aree del mondo per ottenere grandi vini.
Il tema truciolo è banalmente un problema commerciale, nulla più. Chi ne farà uso non mirerà alla qualità ma a vendere di più con minori costi. Ma è altrettanto vero che se si vuole percorrere la strada della qualità non si può applicare solo a una parte della produzione favorendo lo sviluppo di vini di serie a e b; in fondo quello dei chips è un ricatto: se li vieti rischi un forte calo delle vendite, se li autorizzi "forse" rimani competitivo ma non sei più in grado di tutelare e garantire la qualità, né favorisci investimenti in quella direzione.
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