Esalazioni Etiliche - Keith Jarrett The Carnegie Hall Concert: la difficoltà di non ripetere se stesso


Wednesday 4 October 2006


Keith Jarrett The Carnegie Hall Concert: la difficoltà di non ripetere se stesso

2CD SET - The Carnegie Hall Concert Part 1-X / The Good America / Paint My Heart Red / My Song / True Blues / Time On My Hands

 

Ogni volta che esce un nuovo cd di Keith Jarrett, pianista eccelso che naviga fra il jazz e il classico con invidiabile scioltezza, rappresenta nel bene e nel male un evento che non può passare inosservato.

Primogenito di cinque figli, Jarrett è nato ad Allentown in Pensylvania da Daniel e Irma Jarrett, l'8 maggio 1945, il Victor Day, la giornata in cui l'America festeggia la vittoria sulla Germania, e non poteva essere diversamente: un prodigio come lui doveva partire alla grande. Sono pochi, pochissimi, i musicisti che possano vantare un'infanzia musicale così precoce: a soli tre anni fu in grado di comporre la sua prima partitura e a 5 improvvisò per la prima volta dal vivo nel famoso programma televisivo "Paul Whiteman Tv Teen Club", che il noto direttore d'orchestra utilizzava per rivelare al mondo i giovani talenti scoperti in giro per gli States, e che gli meritò il suo primo premio.

Ma come per tutti gli enfant prodige, c'è il rovescio della medaglia, una vita difficile e tormentata, un percorso in salita si, ma tortuoso e spesso non capito dalla maggior parte dei critici. Perché se la sua musica spesso riesce a toccarci l'anima, ma direi soprattutto il nostro inconscio, meno facile è comprendere l'uomo.

Persona schiva e poco incline ad aprirsi a chicchessia, a volte ossessivo e apparentemente pretestuoso nelle sue richieste ai concerti (ma cosa c'è poi di pretestuoso nell'esigere che la gente arrivi puntuale, stia zitta e spenga i cellulari durante il concerto, non faccia fotografie ed eviti di applaudire a sproposito? E' questione di rispetto e niente altro, tanto più di fronte alle sue performances in completa solitudine, dove la concentrazione deve essere assoluta), ha una visione della musica e della vita assolutamente personale, dove la parola "ferocia" significa "lotta con intensità" per raggiungere la gioia creativa, dove il tradizionale concetto di "improvvisazione", nel suo caso ha un valore molto più ampio, perché quando si siede davanti al suo Steinway & Sons "non ho nemmeno un seme quando comincio. E' come partire da zero". Il suo approccio è quindi totale e non ha nulla a che vedere con la classica improvvisazione jazz.

Questo modo di suonare, quando effettua i suoi concerti in solo, gli ha creato non pochi problemi di salute, l'enorme sforzo di sostenere un recital di un'ora e mezza senza alcun appiglio, senza un tema di base su cui tessere le sue note, gli ha prodotto forti tensioni, dapprima manifestate in modo occasionale con momenti di forte stress fisico, per poi esplodere alla fine degli anni '90 con una sindrome da affaticamento cronico, che gli impedì di suonare per ben 4 anni.

 

Ma in questo contesto non posso dilungarmi oltre per ragioni di spazio e per non tediarvi ulteriormente; suggerisco a chi non lo conosce e vuole capire questa straordinaria figura del nostro tempo, di acquistare "Keith Jarrett. L'uomo. La musica", curato da Jan Carr, noto trombettista inglese, per la Arcana Editrice, e "Keith Jarrett. Il mio desiderio feroce", scritto dal nipponico Kunihiko Yamashita ed edito in Italia da Edizioni Socrates.

 

Parliamo dunque di questo suo ultimo doppio cd del concerto effettuato da Jarrett il 26 settembre 2005 al Carnegie Hall di New York, in vendita in Italia da pochi giorni ad un costo che può variare, secondo la correttezza degli esercenti, tra i 28 e i 33 euro.

Il primo cd è occupato dalle parti I-V, come da tradizione senza alcun titolo, visto che ciascun episodio musicale nasce da un preciso momento creativo dell'autore; il secondo contiene le altre cinque parti più 4 temi di sua composizione (The Good America, Paint My Heart Red, My Song e True Blues) e Time On My Hands di Vincent Youmans, Harold Adamson e Mack Gordon.

Come ormai sta accadendo ripetutamente da quando ha ripreso i suoi concerti in solo, i percorsi improvvisati sono diventati più brevi e più numerosi, meno dispersivi e ridondanti (i brani più lunghi sono part I, V e X, tutti di poco superiori ai 9 minuti, mentre in passato erano due o tre parti con lunghezze che potevano arrivare anche a 40 minuti ciascuna) , a tutto vantaggio sia della sua salute (a 61 anni non può avere le stesse energie che aveva a 30) che dell'ascoltatore che può assimilare più facilmente le diverse sfaccettature del concerto. Ad un attento esame delle diverse parti, emerge comunque un profondo legame fra loro, dove la pausa diventa pura necessità esistenziale; mentre il costrutto di base rimane affine ai suoi lunghi assoli di un tempo.

 

Il concerto inizia con quel "pastice" di note che si aggrovigliano (esattamente come il suo corpo quando suona) in tumultuosi effetti sonori, che caratterizzano i suoi più recenti live in solitudine e, se da una parte sembrano strizzare l'occhio a sonorità moderne che potrebbero ricordarci a tratti Arnold Schoemberg o Cecil Taylor, dall'altra rappresentano la necessità dell'autore di trovare la propria dimensione, di entrare in contatto con la parte più profonda di sé per poi sciogliersi in quel linguaggio pregnante e ricco di passione che lo caratterizza nei momenti migliori.

 

Così lo troviamo nel secondo breve brano (circa 3 minuti e mezzo) penetrare nel pathos ritmico di cui da sempre è straordinario padrone, dove la fisicità diventa elemento principale e trascinante. La mano sinistra diventa elemento d'impulso per una coreografia energica ma espressiva.

 

Nel terzo (4 minuti e mezzo) eccolo toccare finalmente la parte più profonda dell'anima, con la sua spiccata e tormentata sensibilità, dove le suggestioni sonore si susseguono fra tonalità minori e maggiori crescendo verso una fase quasi di beatitudine, evidenziata da intervalli accompagnati dalla voce.

 

Nella parte IV (5 minuti) sembra tornare sui suoi passi, riproponendo grappoli di note che sembrano rincorrersi alla ricerca di una risposta, di un elemento che gli dia corpo, costrutto sonoro, cosa che avviene attorno al secondo minuto: si placa, diventa riflessivo, si espande lentamente, le note sono meditate e soppesate, mentre il finale riprende le modalità iniziali, quasi a voler chiudere in fretta un momento difficile e tormentato.

 

La quinta parte, che chiude il primo cd, mette in risalto la parte più cupa e silenziosa del suo complesso linguaggio espressivo, attraverso sequenze armoniche mai banali e scandite con una certa drammaticità, che riecheggiano alcune composizioni presenti in "Dark Intervals" (registrazione live a Tokyo del 1987), con momenti di rara bellezza, soprattutto nel finale.

 

Il primo brano del secondo cd, part VI (6,30 minuti), e me ne dolgo, ritorna ancora una volta ad una corsa ossessiva sulla tastiera che poco lascia al piacere, se non forse dal punto di vista visivo per coloro che hanno assistito al concerto. E' questa una delle note dolenti della maturità di Jarrett nelle esecuzioni in solo (completamente assente, invece, quando si esprime con il collaudatissimo trio formato con il bassista Gary Peacock e il batterista Jack De Johnette), ed anche un suo limite, o quanto meno una formula dalla quale non riesce più a districarsi. Intendiamoci, se fosse il suo primo cd in solo, sarebbe straordinario, ma oggi è giusto aspettarsi una maggiore capacità di separarsi da facili e ripetitivi cliché esecutivi. Sono i momenti in cui la creatività sembra non trovare sbocchi e, a dispetto di tanta tumultuosità sonora, rasenta una staticità espressiva disarmante.

 

La parte VII (poco più di 7, 30 minuti) ci riporta a respirare grazie ad un brano nel miglior stile di Jarrett, dove il succedersi delle note su una base ritmica di impronta blues riesce ad infondere una rara e suadente allegria.

 

L'ottavo pezzo (4,40 minuti) ci riporta in un viaggio interiore, solo a tratti accostabile per le calde atmosfere al terzo brano e per i toni "spirituali" al quinto. Il tema scorre senza difficoltà, donandoci momenti di alto lirismo dove il magico tocco del compositore si manifesta in tutta la sua grandezza. Uno degli episodi più belli di tutto il concerto.

Il penultimo brano, (7,40 minuti) è imperniato su un continuo scambio ritmico fra le due mani, dove nessuna sembra prendere il sopravvento, ma al contrario si integra perfettamente all'altra dando sfogo a punteggiature ricche di dinamicità, scarnificate di qualunque smanceria, dove è il ritmo puro e la totale e invidiabile indipendenza delle due mani a colpire l'ascoltatore, mentre si assiste ad un mescolarsi di spunti blues e giochi a più voci squisitamente bachiani, fino ad un crescendo ritmico che non può lasciarci distaccati.

 

Il brano X (6, 50 minuti) che chiude il concerto in totale improvvisazione, ci ricorda nella prima parte la capacità di Jarrett di farci entrare in un particolare stato d'animo attraverso la sua ossessiva ripetizione di una tonalità di fondo sulla quale tesse con la mano destra un canto dai tratti essenziali e sul finale volutamente sempre più scarno. E' uno dei pochi musicisti che riesca a non annoiare anche in un caso del genere, grazie al suo tocco ineccepibile e alla sua incredibile forza espressiva, trasformando quel ripetersi di note nell'attesa di un evento emozionante che non tarda ad arrivare nella seconda parte, quella in cui il pedale del pianoforte, per altro assai poco usato dal nostro, fornisce un contributo essenziale alla drammaticità dell'evento.

 

Il resto del concerto conferma le sue straordinarie doti di compositore e di interprete, qui certamente più squisitamente di impronta jazzistica, dove a tratti sembrano scorrere le influenze dei grandi maestri che lo hanno preceduto, ma il suo bagaglio espressivo e culturale gli consente di rendere ogni esecuzione davvero magistrale e difficilmente criticabile. Concludo riportando due frasi che ben identificano la sua personalità e il suo modo di sentire le cose: "Credo che un vero artista debba essere innanzi tutto consapevole dell'impossibilità del suo compito, e nonostante questo continuare a svolgerlo" e "Un musicista può credere alle note che escono, oppure può credere ai sentimenti che penetrano nelle note che escono: ma non può credere a entrambe nello stesso momento, perché si tratta di cose totalmente diverse".

{ Inserito da RoVino in le souffle de la musique } { 4 commenti }

{ Invia un commento }

Il grande Keith

{ Inviato da Anonymous }
A me piaceva quando ero ragazzina, e devo ringraziarti perchè mi hai fatto ricordare i bei tempi che furono!!!
;-)
Sandra aka Gourmet

Keith

{ Inviato da Anonymous }
Caro Roberto,

ho letto con piacere il tuo post su Keith Jarret. Uno dei miei ascolti quotidiani insieme a Miles Davis e molti altri. Sincertamente, ma questo mette in luce quanto io debba ancora ascoltarlo per poterlo avvicinare in modo corretto, lo preferisco quando suona in terzetto. Certo, più facile. Non so, penso a "Standards in Norway", "Classics" (cd ormai consumati dall'uso).

I soli sono opere.
In trio si diverte di più, tanto che i suoi "urletti" sono più frequenti e ritmati.

Mi sti divertendo comunque ad ascoltare, traccia dopo traccia, il concerto di New York appena regalatomi da Elena con le tue note davanti agli occhi, sempre puntuali e condivisibili.

Sono appena alla terza traccia - veramente commovente - e mi rendo conto quanto quest'uomo abbia dentro.

Scrivete chi siete!

{ Inviato da RoVino }
Ringrazio del commento anonimo, ma vorrei sapere chi sei, forse Betta?

fil

{ Inviato da Filippo Ronco }
Ciao Rob, sono filippo, scusa, ho postato di corsa.

{ Ma prima che c'è? } { Pagina 370 di 493 } { E dopo cosa c'è? }

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