Saturday 5 April 2008
Scandalo del vino al quadrato, ma la stampa fa confusione
Prima Brunellopoli poi Velenitaly. Il meccanismo si è rotto, il vaso di Pandora si è scoperchiato e a poco servono i comunicati ufficiali che cercano di ridimensionare l'accaduto. La stampa è impietosa, le notizie fioccano in un crescendo tumultuoso, quasi ad anticipare un 42° Vinitaly che sarà ricordato non tanto per il "Passionate Business" come recitano i manifesti nelle vie di Verona, ma per la nuova ondata di malefatte nel mondo del vino italiano, proprio quando questo ha finalmente conquistato le piazze di mezzo mondo e guadagnato fama e notorietà.
Certo, accomunare in uno stesso titolo (quello dell'Espresso in edizione cartacea) due situazioni di ben diversa gravità come i 70 milioni di litri di vino contraffatto e pericoloso per la salute, che vede coinvolte ben 20 aziende nella grande distribuzione (che potrebbero aumentare nel corso dell'indagine), con il Brunello taroccato, non è proprio un gesto di massima correttezza e può creare una certa confusione in coloro che non hanno dimestichezza più di tanto con il mondo del vino.
Chiariamolo subito allora, le due vicende hanno un peso e una gravità del tutto differenti. Non fa piacere a nessuno che rischino di gettare in un baratro l'immagine che il nostro vino si è faticosamente conquistata dopo lo scandalo al metanolo di 22 anni fa. Ma sarebbe forse opportuno riflettere sulle responsabilità di simili eventi. Partiamo allora da quello più grave e pericoloso per la salute: se è vero che, come riporta l'Espresso, "si tratta di un sistema industriale di contraffazione che nasce dalla criminalità organizzata e alimenta le grandi cantine: le aziende coinvolte nello scandalo sono già 20. Otto si trovano al Nord: in provincia di Brescia, Cuneo, Alessandria, Bologna, Modena, Verona, Perugia. Il resto invece è sparso tra Puglia e Sicilia: le sorgenti del vino contraffatto e dei documenti che gli hanno permesso di invadere le botti. Perché con questo sistema criminale i produttori riuscivano a risparmiare anche il 90 per cento: una cisterna da 300 ettolitri costava 1.300 euro, un decimo del prezzo normalmente chiesto dai grossisti del vino di bassa qualità", le responsabilità, su piani diversi, vanno a tutta la filiera, dalla fonte al distributore finale. Perché anche il meno esperto di materia commerciale, sa bene che quando si risparmiano cifre elevatissime, qualcosa non quadra. Come può essere venduto nella grande distribuzione vino ad una cifra che in molti casi non arriva ad un euro? Neanche se fosse in offerta potrebbe essere giustificato un prezzo così basso per il pubblico. Perché se io pago una bottiglia da 75 centilitri un euro, permettendo comunque un buon margine di guadagno a tutta la filiera, significa che quel liquido all'origine valeva molto meno della metà. Come si può produrre vino a 50 centesimi la bottiglia? E chi è che compra maggiormente vini così economici? Chi ha un reddito basso, i pensionati, le famiglie numerose e monoreddito ecc.
Intanto in televisione ho sentito dire che "non c'è alcun pericolo per la salute"! Già, non c'è pericolo ora, perché quel miscuglio di acidi, zuccheri, fertilizzanti e concimi, diluiti in acqua e una piccola percentuale di vino, non fanno danni subito come accadde per il metanolo nell'86, ma ci vuole tempo, secondo quanto vino si è bevuto, magari anni e anni. E poi vai a dimostrare che è stato quel "vino" a provocarci il cancro allo stomaco.
I milioni di bottiglie che sono ormai in vendita, non potranno essere interamente eliminati dagli scaffali, anche perché l'indagine non è conclusa e non si sa se la quantità di vino contraffatto è superiore.
La storia del Brunello di Montalcino taroccato ha ben altro peso, invece. Non si tratta di vino dannoso ma ottenuto in parte con vitigni non autorizzati per la sua produzione, che esige sangiovese grosso (appunto brunello) al 100%. Mancato rispetto del disciplinare e, nella peggiore delle ipotesi, utilizzo di vitigni provenienti da altre regioni, ma sempre di vino si tratta. Le ragioni che avrebbero portato un certo numero di aziende (quante sarà ovviamente appurato alla fine dell'indagine) ad una simile frode, possono essere svariate. La difficoltà di piegare il sangiovese al gusto del mercato, l'impossibilità di riuscire ad avere una qualità elevata da un sempre maggiore numero di vigneti, la possibilità di rimediare ai limiti di un'annata difficile ecc.
Certo, se si fosse evitato di fare una legge erga omnes che affida il controllo totale ai consorzi vinicoli, certi problemi, che certamente non riguardano solo Montalcino, potrebbero essere molto più circoscritti. Suona molto in ritardo e come tentativo di rimediare ad una frittata ormai fatta, la frase del ministro De Castro "il rispetto delle regole verrà affidato presto a controlli terzi".
Intanto ci sono tante aziende che lavorano da sempre in modo onesto, che non vanno avanti con l'obiettivo di vincere premi, entrare nelle guide, espandersi e diventare industriali del vino, ma vivono il vino con passione e rispetto, che non meritano di dover penare a causa di gente senza scrupoli che per i propri interessi mette a repentaglio l'intero comparto e, in questa Italia sempre più allo sbando, riesce spesso a farla franca.
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