Thursday 6 March 2008
Arriva un pacco a casa: Chianti Classico Santedame 2006 di Ruffino, firmato da...Ferrini
Confesso che sono abituato da tempo alle "sorprese", ovvero a quelle operazioni di marketing che ci raccontano con toni generosamente enfatici il restyling di un'azienda o la grandezza di un nuovo vino. Tutto deve apparire convincente e stimolare la nostra curiosità. E fin qui direi niente di nuovo, è perfettamente normale che ognuno cerchi di puntare a un modello convincente per accattivarsi l'interesse del maggior numero di persone.
Quello che però mi lascia sempre più perplesso, per non dire altro, è proprio il tipo di scelta che si intende fare a fronte di una campagna pubblicitaria (perché di questa si tratta).
Luigi e Adolfo Folonari, che sono gli attuali direttori della Ruffino, la storica casa vinicola di Pontassieve (FI) di proprietà della famiglia Folonari sin dal lontano 1913, hanno da alcuni anni come partnership la Icon Estates, nota realtà californiana di proprietà dell'azienda statunitense Constellation, che ha preso le redini dell'importazione dei vini Ruffino proprio negli States. Quale strabiliante novità, quindi, la Ruffino, azienda che vanta 600 ettari vitati, di cui 110 iscritti alla Docg Chianti Classico, proprietaria di Borgo Conventi a Farra d'Isonzo, Greppone Mazzi a Montalcino e Lodola Nuova a Montepulciano, con un fatturato complessivo per il 2007 di ben 63 milioni di euro, poteva spingerla ad inviare a un imprecisato numero di persone che si occupano di diffondere il verbo enoico, questa bottiglia di Chianti Classico Santedame 2006?
Presto detto, il Santedame si giova per la prima volta della firma di uno dei più noti, ricercati e premiati enologi del momento: Carlo Ferrini.
E chi meglio di lui, che è stato di recente premiato "enologo dell'anno" dalla rivista americana Wine Enthusiast e offre la sua preziosa consulenza alla Ruffino da quasi cinque anni, poteva influire positivamente sul mercato statunitense?
Quello che in questa vicenda, che rappresenta una normalissima operazione di marketing studiata a tavolino con l'obiettivo di fornire un'immagine vincente soprattutto all'estero, trovo tutt'altro che convincente, è l'attribuirle un valore qualitativo indirizzato ad esaltare la territorialità e la toscanità dei vini Ruffino. Si, perché il contributo di Ferrini non si limiterà al Santedame, ma abbraccerà poco alla volta l'intera gamma produttiva aziendale. Se davvero l'intento primario della famiglia Folonari è quello di produrre vini di territorio, perché scegliere un enologo, bravo quanto si vuole, che ha contribuito pesantemente nella produzione di vini di stampo internazionale, riconoscibili molto più per la sua mano che per la tanto decantata tipicità?
Non a caso il Santedame è ottenuto da sangiovese all'85% e per il restante da uve non dichiarate (forse per un inconscio pudore?), che lasciano intuire non essere proprio quelle tradizionali del Chianti Classico.
Penso che ogni produttore abbia diritto di fare le sue scelte e seguire una propria filosofia nel modo di fare vino, ma che sia doverosa la massima trasparenza degli intenti. E' quantomeno curioso il fatto che, mentre i supertuscan stanno sempre più in crisi di vendite, il Tenuta Santedame 2006 esca con un'etichetta dove la dicitura "Chianti Classico" è scritta più piccola e con un colore delicato che certamente non salta agli occhi, per non parlare della denominazione di origine controllata e garantita che è quasi illegibile.
Strano modo di esaltare la territorialità di un vino.
Ma veniamo alla degustazione del Chianti Classico Santedame 2006, figlio di un'annata di notevole spessore: presenta un colore rubino intenso con sfumature violacee e una concentrazione notevole; il bouquet propone note di ciliegia e mora in confettura, toni speziati con richiami alla cannella, al cacao, alla liquirizia, pressoché assente la componente floreale, la sensazione è di morbidezza più che di freschezza. Al palato è ben saldo nella struttura, con un tannino puntuto e ancora piuttosto crudo, la freschezza è più evidente ma piuttosto slegata dal tessuto fruttato, che appare meno ricco di quanto ci si aspetterebbe da questo millesimo, tanto che il finale risulta un po' magro e asciugante. Il vino è indubbiamente nella prima fase evolutiva e chiede tempo, in quanto a personalità mi sembra rappresentare un compromesso fra uno stile moderno e un carattere più chiantigiano, sebbene gli manchi quella capacità di far vibrare le corde della piacevolezza e della serbevolezza che un sangiovese 2006 è certamente in grado di offrire. Vino tecnicamente ben fatto ma che non emoziona.
{ Inserito da
RoVino in
ne vogliamo parlare }
{
4 commenti }