Monday 12 November 2007
Sport e violenza: un binomio che non si arresterà se non cambiano regole e valori

Fatico davvero a comprendere cosa possa spingere dei ragazzi ad organizzarsi con spranghe, oggetti contundenti e, a volte, anche coltelli, per aggredire altri ragazzi che, come loro, attribuiscono alla loro squadra un valore quasi mistico, un totem da adorare e venerare incondizionatamente, anche a costo della vita.
Fatico molto, moltissimo, a comprendere come dei poliziotti, anch'essi spesso giovanissimi, che dovrebbero essere ben addestrati ad affrontare situazioni difficili, possano imbracciare e usare un'arma ad altezza uomo quando, se proprio tentati di farne uso, potrebbero sparare dei colpi di avvertimento in aria.
Non riesco proprio ad accettare che tutto questo faccia parte di quello che si dovrebbe chiamare semplicemente sport, una gara, una competizione fra persone che con correttezza dovrebbero sfidarsi per dimostrare le loro capacità, lealmente, senza trucchetti o imbrogli.
Tutto questo non avviene più da tanto tempo, in quasi nessuno sport che porti molto, molto denaro nelle tasche di sponsor e organizzatori. Dai giochi olimpici al calcio, al ciclismo. Lo sponsor paga e vuole che il proprio atleta vinca, non per sport, ma perché tutti dovranno leggere il suo marchio e desiderare acquistare i suoi prodotti. E se l'atleta non ce la fa con le sue forze, bisogna dargli un aiutino, se fatto bene si riesce anche ad evitare che se ne accorgano, altrimenti pazienza, sarà lui a rimetterci, sul suo futuro e sulla sua salute.
Il calcio è un buon mezzo per convogliare le frustrazioni, le rabbie, le angosce di chi non sa o non riesce a costruirsi un futuro, di chi arranca nella vita senza motivazioni e che trova come unico motore esistenziale la "propria" squadra e come energia aggregante e rassicurante il "branco".
Gli obiettivi sono cambiati, radicalmente, oggi vale la pena massacrarsi in curva, inscenare una potenza che nasconde un disagio tremendo di cui spesso non si è consapevoli. "Meglio allo stadio che in politica". Ma a qualcuno va bene così, perché il lavoro, che dovrebbe essere uno dei principali motori della vita, insieme alla conoscenza e all'amore, non è più fondamentale, oggi può essere un'esperienza occasionale, saltuaria, poco retribuita perché è bene che ci si abitui presto all'idea di non contare nulla, di essere dei banali strumenti da usare e spremere con regole "democratiche".
Nel frattempo proponiamo un mondo ricco, sontuoso, dove lo sperpero del denaro è la regola, dove gli oggetti sono più importanti delle persone, dove il possesso è più importante della condivisione, dove rifarsi un corpo significa restare giovani, magari idioti ma giovani. E chi non ce la fa morirà di rabbia e invidia, non avrà neanche la lucidità per potersi chiedere se è davvero questo che vuole e che potrà dargli gioia e serenità.
La rabbia, unica spinta vitale, mal riposta, facilmente strumentalizzabile e indirizzabile da chi sa bene quanto sia facile manipolare chi non ha riferimenti né valori profondi, chi non ha più capacità di amare, sopraffatto da una realtà tanto assurda e vuota, dove la guerra, il potere, la ricchezza, sono parametri che hanno ampiamente soppiantato il rispetto, la condivisione, l'amore.
Un ragazzo è morto, era dentro la sua auto, non si è accorto di nulla se non di quel dolore acuto e improvviso al collo. Non potrà raccontare la sua versione dei fatti, né riprendere a fare il dj. C'era stata una rissa fra ultras juventini e laziali. Un poliziotto ha sparato, trent'anni, si dice con una certa esperienza, certamente il proiettile non era indirizzato a Gabriele Sandri, ma in ogni caso ha percorso una traiettoria ad altezza uomo. Perché?
A Roma, la sera, scoppia la violenza, ultras di Roma e Lazio, che normalmente si massacrerebbero a vicenda, questa volta uniti per attaccare i commissariati di polizia, per sfogare ancora una volta la loro rabbia, ora giustificata da un tifoso morto, non importa se non lo conoscevano personalmente, la polizia è sempre il nemico di tutti.
Intanto il calcio va avanti, e non per sport.
Consiglio la lettura di questo incisivo commento di Vittorio Zucconi:
Comunque è stato ucciso dal calcio
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RoVino in
le cose che fanno male }
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