Friday 9 November 2007
Non solo vino: con Joshua Redman una lezione di grande Jazz

Era da maggio che non parlavo più di questa musica ancora oggi capace di dare grandi emozioni. Il merito è tutto del fantastico trio di Joshua Redman, quello straordinario sassofonista, figlio del grande Dewey, che dall'inizio degli anni '90 ha avuto una carriera folgorante, meritatissima.
Il trentottenne statunitense (nato a Berkeley il 1 febbraio 1969) ha imbracciato il sassofono a soli 10 anni (e dall'età di 5 anni aveva già iniziato a studiare flauto, pianoforte e chitarra), ma lo strumento era a lui familiare sin dalla nascita, visto che il padre, scomparso il 2 settembre 2006) ne era grande maestro.
Nel 1991 partecipò e vinse al Thelonius Monk International Jazz Saxophone Competition, che lo consacrò come uno dei più promettenti sassofonisti e gli aprì le porte a collaborazioni prestigiose con artisti del calibro di Elvin Jones, Jack DeJohnette, Paul Motian, Pat Metheny, Charlie Haden, Red Rodney, Roy Hargrove.
Il suo stile ricorda i grandi maestri a cui si è ispirato come Sonny Rollins, John Coltrane, Wayne Shorter, Dexter Gordon, ma oggi ha senz'altro una sua precisa e inconfondibile personalità. Il sassofono per lui non ha segreti, è in grado di estrarne tutte le sonorità possibili senza mai strafare o dare sfogo a puro esibizionismo, ogni fraseggio ha una sua precisa logica, racconta qualcosa di importante e lo fa nel migliore dei modi possibili.
L'ho ascoltato ieri sera nella sala Sinopoli dell'Auditorium Parco della Musica, in compagnia di due musicisti straordinari: Omer Avital al basso e Gregory Hutchinson alla batteria. Un'ora e mezza filata di musica di altissimo livello, un trio perfettamente sintonizzato e affiatato, un jazz intenso, a tratti viscerale o malinconico (eccezionali alcuni incipit di Redman, veri capolavori in assoluta solitudine, al sax tenore e in un brano al sax soprano), ma caratterizzato da un ritmo spesso impetuoso e travolgente, grazie alla verve straordinaria di Hutchinson e al tocco preciso e creativo di Avital. Joshua sa stare magnificamente sul palco, un vero animale, la sua struttura longilinea gli consentiva di giocare ossessivamente con le proprie gambe in una specie di danza tribale. Difficile rimanere impassibili di fronte a tanta energia e scoppiettante musicalità. Il passaggio da momenti di grande ispirazione ad altri quasi goliardici (ma mai banali), l'atmosfera viva e carica di travolgente allegria, hanno reso la serata davvero indimenticabile. Una lezione di grande jazz che rimarrà a lungo nei miei ricordi...il vino può aspettare.
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