Thursday 8 November 2007
Lazio: troppe Doc e nessuna manifestazione enogastronomica rivolta ai professionisti di settore
Non è che nel Lazio capitino molti eventi dedicati all'enogastronomia. L'attività si può considerare prosperosa solo per quanto riguarda Roma e, in particolare, per le continue e quasi sempre interessanti iniziative che si svolgono all'Hotel Parco dei Principi, grazie all'instancabile Franco Ricci e alla sua "flotta" di sommelier A.I.S.. Ma per quanto riguarda il resto della regione si può dire senza timore di smentita che le manifestazioni, molte delle quali legate ad antiche tradizioni, sono prevalentemente a carattere popolare, mancano del tutto le iniziative rivolte al settore professionale, cioè alla stampa e agli operatori.
Eppure la qualità del vino non è la stessa di 20 anni fa. Ci sono aziende che hanno lavorato bene e con impegno da molti anni, nuove realtà che vale la pena conoscere in zone che stanno progressivamente acquistando rilevanza. Se ne è accorto qualcuno? Ogni tanto nasce un nuovo evento, ma le caratteristiche con cui viene ideato sono più o meno le stesse. La cosa fa tanto più effetto se si pensa che la regione vanta ben 27 denominazioni di origine, molte delle quali assolutamente inutili o ridondanti.
Mi farò dei nemici, ma non capisco il senso di Doc come Atina, dove non è previsto un solo vitigno tipico laziale ma esclusivamente le varietà internazionali classiche: cabernet sauvignon e franc, merlot, sirah, mi domando quale mercato possa esserne interessato; né capisco il senso di quelle numerosissime denominazioni che si trovano intorno ai Castelli Romani, praticamente tutte uguali, che fra l'altro prevedono delle rese ancora altissime e anacronistiche.
Non sarebbe più saggio concentrarsi sulle aree più vocate, effettuare le dovute ricerche e sperimentazioni (penso ad esempio proprio ai Castelli Romani, un'area ampia e con caratteristiche certamente non omogenee), lavorare per far crescere al meglio la qualità, selezionare i cloni migliori delle uve tipiche della zona, operare in sinergia per attirare l'interesse non solo della gente locale, ma soprattutto di chi del Lazio sa poco o nulla?
Non è forse indicativo delle tante contraddizioni di questo territorio il fatto che un'azienda come Casale del Giglio abbia sperimentato per oltre 20 anni e abbia prodotto alcuni vini di straordinaria qualità (mi vengono in mente ad esempio il Mater Matuta e il Madreselva, o la recente vendemmia tardiva Aphrodisium) in una zona pianeggiante, un tempo paludosa, dell'Agro Pontino? Due eccellenti vini rossi prodotti in pianura! Quante altre aziende laziali possono vantare risultati di questo livello, in condizioni teoricamente migliori?
Sono convinto che si potrebbe fare molto di più, ma c'è un provincialismo di fondo, una mentalità poco incline ai cambiamenti profondi che certamente non aiuta a crescere.
Con una città come Roma, che del vino è sicuramente buona messaggera, cosa ci vuole per organizzare una manifestazione seria, indirizzata alla stampa italiana ed estera, che proponga il meglio della produzione vinicola regionale, con annesse una serie di iniziative volte a far conoscere, attraverso tours organizzati, i territori, i prodotti e le aziende più importanti?
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